le europee
scriveranno
il futuro
di salvini

Vediamo come vanno le varie tappe delle Regionali, prova generale delle Europee le più importanti di sempre. Giorgia Meloni, con l’elmetto, nel dire che da qui all’appuntamento di giugno può succedere di tutto, ha già messo le mani avanti. Sarà uno scontro – perché di questo si tratta – fra moderati ed estremisti e dove Salvini punta a rinnovare il proprio isolamento. I conti finali si tireranno in quella sede. Per l’Italia, restando nel destra-centro, sarà anche un modo per pesare gli equilibri della maggioranza e per verificare se il patto di coalizione va riformulato. L’approccio della premier alle elezioni di questo periodo è improntato in tal senso e la campagna per Bruxelles è partita nel segno della ruvida competizione interna. Tajani per il momento è fuori dalla mischia: Fi è in modalità forza tranquilla, punta al sorpasso della Lega e fa da ponte tra la premier e gli europopolari che si stanno spostando a destra.

Il problema si chiama Salvini e prima o poi potrebbe esserlo anche per il suo partito. L’ex ragazzo della felpa e della ruspa e la Giorgia di oggi non si pigliano, mentre c’era chimica fra il popolano Bossi e l’uomo di mondo Berlusconi, quando la Lega era la costola nordista di Fi e si sentiva sindacato del territorio. Forse in questo dissidio, ora palese ora dissimulato, pesa l’assenza di un federatore generoso con gli alleati qual è stato il Cav, mentre la leader di Fdi sembra muoversi in una logica gerarchica, di rapporti di forza.

Uno studioso attento al centrodestra come Giovanni Orsina in più occasioni ha detto che la Lega è in crisi d’identità. Noi proporremmo questa osservazione: Salvini si dà le risposte sbagliate, perché non si pone la domanda giusta. Che potrebbe essere: cos’è la Lega oggi? Il Capitano non può investire sul lato positivo del governo (quando c’è) e pure non può giovarsi dei passi falsi. C’è una linea rossa invalicabile posta dalla convivenza forzata. Una tattica di fastidio e di logoramento, più che una strategia.

Meloni, partendo dalla periferia elettorale, prima ha emulato la Lega “nazionale” e poi l’ha battuta. Quando due partiti concorrono con la stessa agenda e vengono percepiti come simili, la differenza la fa la qualità dei leader, specie in una fase in cui il voto d’opinione è volatile e si stanca facilmente. Se le affinità sono forti, cade il confine e anche il minimo screzio diventa più grande di quello che è.

Salvini ha interpretato il primo tempo del populismo e si potrebbe obiettare a suo favore che il modello Le Pen al quale si richiama appare vincente (al di là evidentemente di tutte le altre considerazioni). Ma è una formula rovesciata rispetto all’Italia: la leader dell’estrema destra francese è sovrana nel suo campo, non ha competitori credibili e ha eroso il bacino dei gollisti. Da noi, invece, la Lega è junior partner: numero due, rischiando di scendere a numero tre.

Meloni è intervenuta nel secondo tempo anti sistema, con un misto di intransigenza e pragmatismo, aprendo la stagione di un sovranismo integrato nelle istituzioni e nel potere, a metà strada fra la destra dei popolari e la destra anti europea. Chi mai avrebbe scommesso sulla foto di Biden mentre bacia in fronte la premier italiana con fare paterno? L’azione di Meloni va in due direzioni. Una, in concorrenza con Salvini, è il presidio dell’area classica della destra: ordine pubblico e migranti, dove la mano è comunque dura. L’altra (Ucraina, Nato, Europa, America, Russia) la costringe alla moderazione: Pierferdinando Casini l’ha chiamata “grazia di Stato”, “effetto benefico del potere”.

Al leghista, in definitiva, è rimasto in esclusiva il domicilio tossico della destra radicale: Putin e Trump. Dal fatal Papeete, probabilmente anche prima, ha smarrito la bussola collezionando cause perse ed estreme, declassando quello che era una cassaforte di consensi a salvadanaio. La lunga era salviniana è ai minimi termini dopo essersi blindata in una bolla di eccessi, mancando l’appuntamento con una riflessione autocritica. Finché dura, e in linea teorica, può contare sulla rendita di posizione dello zoccolo duro del partito. In fondo il “popolo di Pontida”, per il quale i sentimenti contano, è composto da fedeli dalla provata lealtà. Gli stessi pesi massimi del movimento (Zaia, Giorgetti, Fedriga) non sono uomini da colpi di testa. Dal Lombardo-Veneto, però, qualche dissonanza fra gli amministratori locali si avverte. Si coglie un certo smarrimento, un clima sospeso in attesa di quel che può succedere.

Salvini ha già perso il primo round sul terzo mandato per i governatori: significa Zaia, una partita che non può perdere in quanto fattore esistenziale per la Lega, la cui sconfitta sarebbe vissuta come uno sfratto dalla casa paterna. C’è ancora tempo per rimediare, ma il ritorno all’antico che margini ha? La Lega territoriale, più che Salvini, punta sul vessillo identitario dell’autonomia regionale differenziata, la ragione sociale della prima ora. Se ha le gambe per concludere l’iter legislativo, ci vorrà comunque un paio di anni per portarlo a termine. Tuttavia l’autonomia si pone come impronta residua, collocandosi in un periodo storico che la priva della forza d’urto e della capacità di mobilitazione dei tempi pionieristici. Il mondo è cambiato e pure la Lega salviniana ha raccontato un’altra storia: il capitolo europeo che l’attende mette in gioco il suo futuro.

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