Lunedì 16 settembre 2013

Non concimi il prato?

La Svizzera ti paga

Un “orlo” divide un prato cosiddetto secco ( a sinistra) da un prato concimato e sfruttato per il foraggio. Nel primo non c’è sfalcio I contadini della Valposchiavo ricevono contributi ma garantiscono un apporto fondamentale alla conservazione del paesaggio

Attilio Godenzi fino a qualche anno fa, lavorava come messo comunale a Poschiavo. Lo pagavano per andarsene in giro nei prati a controllare i fiori. Doveva contarne le specie e rendicontarle. Succede anche questo, in Svizzera: a due passi dal confine esiste per davvero un altro mondo.

Un mondo dove non esiste solo una coltura intensiva dei prati, ma resistono i “prati secchi”, ossia non concimati. E in un prato “magro” crescono essenze - pensate, ben 70 specie di fiori - che fanno di quell’area un biotopo, un presidio di biodiversità.

E i prati secchi in tutta la Confederazione sono un bene da tutelare al punto che gli agricoltori prendono soldi per non concimarli. Ricevono, insomma, contributi, per non coltivarli.

Sì, avete capito bene. E per dare l’idea di quanto siano importanti questi prati, basti il dire che su 1750 ettari, 200 sono destinati alla conservazione “nature”. E non è tutto. I contadini oltre confine prendono fondi anche per ritardare lo sfalcio nei pressi degli “orli”, ovvero di quei perimetri disegnati con pietre che spesso delimitano campi e maggenghi: in quel lembo di terra farfalle e serpenti si riproducono e con lo sfalcio ritardato vengono tutelati.

Ma c’è dell’altro: per poter ottenere i contributi i contadini devono anche garantire la presenza di piante di sambuco, così preziosi per gli uccelli migratori che nel viaggio verso il Sud sostano tra quelle fronde e si cibano di quelle bacche. Tutto questo viene regolamentato da una decina d’anni a questa parte da veri e propri contratti che gli agricoltori (95 su 100 in Valposchiavo) firmano con il Cantone che poi - appunto - invia tramite il Comune i messi a controllare che il patto sottoscritto venga mantenuto.

Cose dell’altro mondo, verrebbe da dire. Eppure a pochi chilometri da qui è la normalità. Come normale è il fatto che l’agricoltura riceva contributi pubblici: sei milioni di franchi in Valposchiavo vengono erogati tutti gli anni al centinaio di aziende attive con circa 2000 ettari e 2100 unità di bestiame (tra mucche, pecore, cavalli e capre). Per non parlare dei fondi investiti per garantire i collegamenti interpoderali: 50 milioni di franchi negli ultimi 40 anni.

Stessa cura e attenzione anche per i terrazzamenti: 4 milioni di franchi investiti in 12 anni (un muretto a secco lì costa 300 franchi al metro quadrato) con l’onere da parte del privato - che poi si fa garante della manutenzione futura - di sostenere solo il 17,5% dei costi. Il 30% ce lo mette il Fondo Svizzero per la tutela del paesaggio, il 28% il Cantone, il 2% la Confederazione, e il 17,5% il Comune. Anche lì ci sono situazioni di pericolo, che vengono segnalate e prontamente eliminate e non c’entra il fatto che il paesaggio sia finito nel novero dei “monumenti” Unesco. E non è solo questione di disponibilità economica. È anche un fatto di cultura.

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