«I profughi? Ad Aprica sono già tanti»

Il parroco don Claudio Rossatti interviene dopo l’infuocata assemblea pubblica e la raccolta di firme. L’integrazione in paese: «Bisogna individuare degli ambiti in cui renderli operativi con lavori di tipo sociale».

«I profughi? Ad Aprica sono già tanti»
L’assemblea pubblica che si è svolta sulla questione dei profughi ad Aprica

«Ad Aprica non ci sono persone a favore dei profughi e altre contro. Ci sono sensibilità diverse. Il fatto su cui concordiamo è che 70 profughi bastino e siano anche troppi per essere integrati in una comunità di 1.500 persone». Sono le parole del parroco di Aprica, don Claudio Rossatti, dopo l’infuocata assemblea pubblica con la quale è stata avviata la raccolta firme per chiedere lo spostamento dei profughi in piccole comunità. Sul trasferimento il parroco non si esprime, invece dice di essere concorde - e di averlo chiesto alla Prefettura insieme al sindaco - che non siano mandati altri migranti ad Aprica, «visto – afferma – che siamo già in difficoltà ad ospitarne 70. Abbiamo intavolato un dialogo fra parrocchia, Comune e Caritas diocesana per capire come inserire questi ragazzi e cosa far a loro fare». Don Claudio non tace il suo dissenso su quello che molti aprichesi hanno definito un «business».

«Che ci siano operatori che hanno annusato il guadagno possiamo dirlo in modo lampante – prosegue -. Anche io contesto il metodo. Detto questo, però, cerchiamo di costruire qualcosa evitando gli estremismi che non aiutano né le persone che dobbiamo ospitare né gli aprichesi. Bisogna sempre mediare. Non ho incontrato persone contro o pro, ci sono sensibilità diverse. Non so se poi ci siano in questa vicenda anche questioni di tipo personale e politico, ognuno faccia il suo esame di coscienza chiedendosi se sta facendo il bene dei profughi oppure altro».

Don Claudio pensa al futuro di questi ragazzi. «Lasciateci il tempo, la questione non è facile. Agli albergatori, che prendono i soldi per accogliere i profughi, tocca assicurarli in modo che noi possiamo individuare degli ambiti in cui renderli operativi con lavori di tipo sociale. Stiamo andando in questa direzione. Alcune volontarie in questi mesi hanno prestato il proprio aiuto, ma ci vuole qualcosa di più strutturato per loro per passare dalla fase dell’emergenza ad una fase più stabile». Il parroco, da subito, ha aperto le strutture all’accoglienza come l’oratorio e il campo sportivo. Alcuni profughi cristiani frequentano la Chiesa dove trovano le letture tradotte in inglese.

Una volta al mese viene celebrata una Messa per loro che leggono in inglese. Quanto al campo sportivo – alcune mamme temono a mandare i bambini a giocare visto che ci sono sempre i migranti «è giusto il richiamo fatto per disciplinare l’uso del campo in orari diversi, perchè è chiaro che dei bambini non possono giocare con giovanotti di 20-30 anni». E a chi, in assemblea, ha chiesto perchè il parroco non ospiti profughi, don Claudio risponde: «Abbiamo le indicazioni del Papa e del vescovo diocesano che dobbiamo tradurre nella nostra realtà. La parrocchia non è il parroco, ma l’insieme dei parrocchiani. Il parroco non è obbligato a tenere in casa profughi e non tutte le parrocchie hanno le strutture per poterli accogliere».

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