«I miei primi vent’anni sono rimasti sotto la frana»
Simona Bonetti ha ripercorso il suo dramma di trent’anni fa

«I miei primi vent’anni sono rimasti sotto la frana»

Alluvione, la figlia del gestore del Camoscio di Sant’Antonio Morignone

«Perse casa e attività di famiglia, non ho neppure una foto di me da piccola»

L’albergo-ristorante Camoscio di Amanzio Bonetti era un po’ il simbolo di Sant’Antonio Morignone. Come l’intero paese è rimasto sepolto dalla frana del monte Zandila, pochi giorni prima era stato gravemente danneggiato dall’alluvione. A trent’anni di distanza la figlia di Amanzio, Simona, ha trovato la forza sul palco dell’oratorio di San Nicolò Valfurva di ricordare quei drammatici attimi intervenendo alla serata di rievocazione della tragedia del 1987 nella quale la compagnia teatrale La Memoria di Grosio ha replicato in alta valle il proprio eccellente docuteatro sulla tragedia, lodato dal folto pubblico presente ed il Cai Valfurva ha mostrato il video dell’alluvione del 1987 in Valfurva realizzato da Roberto Giacomelli.

Il ricordo di Simona è partito da quel sabato 18 luglio, giorno dell’alluvione: «Avevamo una festa la sera, eravamo alle prese con i preparativi, continuava a piovere e alle 17,30 giunse l’ordine di evacuare l’albergo. Grazie alla disponibilità di Alfredo Cantoni gestore dell’albergo a Bormio 2000 portammo lì i nostri clienti e ci rifugiammo lì. Fuggimmo con i soli abiti che avevamo addosso. Il giorno dopo mio padre e il mio fidanzato che poi è diventato mio marito sono tornati per fare la conta dei danni: erano state allagate le cantine, la lavanderia, tutto quello che era il sottoterra. Nel tornare rischiarono di essere travolti dal crollo della galleria verso Tola».

Dal giorno dell’alluvione a quello della frana la famiglia Bonetti rimase a Bormio 2000. Proprio il giorno precedente alla frana trova un alloggio a Cepina dal signor Casari. «La mattina della frana ero in bagno, mi sono girata verso la finestra e ho visto la parte finale del gigantesco smottamento. Gli alberi cadevano uno dopo l’altro come fossero pezzi di domino. Andai a svegliare mio padre che era ancora a letto. Quando uscimmo di casa, il signor Casari ci informò che la frana aveva sepolto tutto. Ci recammo in auto a Tola. Da lì non si vedeva Aquilone non mi resi conto che la frana aveva travolto anche quella zona. Il paesaggio di Sant’Antonio Morignone sembrava spettrale, lunare, non c’erano più punti di riferimento. Quella mattina della frana anch’io e il mio fidanzato avremmo dovuto recarci in moto per prendere qualcosa a casa, ma non lo svegliarono, altrimenti, probabilmente anche noi saremmo rimasti sepolti. Se la frana fosse scesa mezz’ora dopo tutti i 500 abitanti di Sant’Antonio sarebbero rimasti sepolti perché non si poteva andare, ma le forze dell’ordine molto umane e di cuore lasciavano passare tutti per pochi minuti per andare a casa a prendere quello che serviva».

La frana aveva sepolto l’attività lavorativa, voleva dire ripartire da zero: «Visto che mia mamma era emiliana il papà pensò di trasferirsi in Emilia e io che avevo il fidanzato qui ero preoccupata, poi nacque il comitato di paese e anche grazie all’iniziativa privata tutto si rimise, per così dire, in moto. Ognuno fra gli abitanti di Sant’Antonio Morignione è riuscito a ricostruire almeno la casa».

«Sotto la frana - ha continuato Simona Bonetti - sono rimasti i primi vent’anni della mia vita, non ho nessuna foto di quando era piccola. Ero universitaria e persi appunti e libri, ma i miei compagni mi aiutarono. Il mio pensiero va alla mia coscritta Raffaela. Lei col fratello Marco al momento della frana era fuori casa, salva, ma sono tornati indietro per prendere il fratellino Lorenzo e sono rimasti tutti e tre sepolti. Il giorno del mio matrimonio ho gettato il mio bouquet di fiori nel lago della Val Pola per darlo a lei».


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