«Treni, rischi sottovalutati. Si pensa sempre di farcela»

La tragedia Della Bella, ferroviere in pensione, racconta la sua esperienza «Sbarre e attraversamenti dei binari, bisogna avere un approccio diverso»

«La mia impressione, al di là di quanto successo a Berbenno, è che il pericolo treno sia sottovalutato. Perché la tendenza, anche in presenza di sbarre abbassate, resta quella di oltrepassare la strada ferrata. Si pensa sempre di farcela, ma purtroppo non è così».

È il pensiero raccolto, a caldo, da Fabio Della Bella, 66 anni, di Chiavenna, una vita nelle ferrovie, come capotreno sulla tratta Tirano-Milano e sulla Colico-Chiavenna.

Da sei anni

Della Bella è pensionato da sei anni e accetta di parlarci della sua esperienza pur se non in connessione diretta con i fatti di Berbenno di cui non ha diretta contezza, con la ritrosia propria di chi fa ancora fatica a riandare a ricordi impressi in modo indelebile nella mente. «Basti dire che, per diverso tempo, subito dopo la pensione ho sognato almeno due volte a settimana di incidenti ferroviari - assicura -. Ed ero stupito di me stesso, perché convinto ormai di aver archiviato certi ricordi, invece erano ancora lì, pronti a riemergere. Probabilmente, durante la fase lavorativa, si accumulano e si rimuovono le esperienze, ma subito dopo riaffiorano».

Punto critico

È addolorato Della Bella da quanto accaduto a Berbenno e ammette che quello «è sempre stato un punto critico per la circolazione ferroviaria - dice -, perché lì la tendenza ad attraversare i binari oltrepassando il muretto è invalsa. Bisognerebbe capire se sia possibile creare una protezione a sbarramento, anche se, comprendo, costituirebbe una bruttura a vedersi. Ma forse, a mio avviso, quel che serve di più è una maggiore educazione del cittadino rispetto all’approccio alla strada ferrata».

Di questo è fermamente convinto Della Bella, che anche se non ha lavorato come macchinista, di fatto ha trascorso sempre tantissimo tempo in cabina con il conducente.

«Quando il capotreno non si trova nei convogli è in cabina - assicura -, per cui ho assistito con il macchinista a tanti incidenti, alcuni anche mortali. Ricordo un caso di travolgimento a Piona, di un operaio che stava lavorando sulla sede ferroviaria, e di un altro a Morbegno, di una persona suicida. Entrambi avvenuti o all’alba o di sera, quando né io né il macchinista abbiamo visto niente. Però abbiamo sentito, questo sì, che qualcosa era successo. Allora, subito, il macchinista aziona il freno d’emergenza, ferma il treno e, insieme, si scende con la pila a controllare l’accaduto. E lì sono dolori perché alle volte bisogna percorrere anche mezzo treno prima di individuare il “problema”».

I passaggi a livello

E aggiunge: «Scene che non si possono dimenticare, per situazioni nei confronti delle quali il macchinista è del tutto impotente. Nulla può fare per evitare arrotamenti spesso anche cercati da persone in forte sofferenza. Diverso è invece il caso di chi approccia i passaggi a livello o le stazioni in modo non consono. È qui che una maggiore educazione farebbe la differenza».

Il riferimento, ad esempio, è agli automobilisti che si infilano fra le sbarre anche quando sono già azionati i segnali che indicano il treno in arrivo.

I segnali di rosso

«L’impressione mia è che non sempre i segnali di rosso intermittente all’altezza delle sbarre vengono letti dai conducenti - dice Della Bella -. Va capito che quando scatta il segnale, dopo poco le sbarre scendono e si rischia di restare intrappolati, anche se sono fatte in modo tale che urtandole leggermente con il davanti dell’auto cadono, proprio per permettere al mezzo di uscire da quel cono d’ombra. Anche a Berbenno, a mio avviso, i ragazzi non hanno colto il pericolo. Il treno, magari, l’hanno visto arrivare - conclude -, ma non hanno capito che, essendo in transito, sarebbe giunto in un attimo, ben prima di quanto si aspettassero».

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