Troppi rischi sul ghiacciaio: «Sconsigliato salire al Marco e Rosa»

Montagna Il Collegio delle guide alpine invita a evitare l’ascensione al rifugio a 3.600 metri sotto il Bernina

Per arrivare ai suoi 3.600 metri, che ne fanno la struttura ricettiva più alta della Lombardia, partendo dal rifugio Marinelli, sul versante malenco, è necessario seguire il sentiero che sale sulla pietraia, un itinerario principalmente su ghiacciaio che le temperature elevatissime di questi giorni – lo zero termico ha raggiunto la quota di 5.184 metri sul livello del mare in Svizzera battendo il vecchio record di 5.117 metri del 1995 - hanno reso e stanno rendendo particolarmente rischioso.

Motivo per cui il Collegio delle guide alpine della Lombardia, presieduto da Fabrizio Pina e che ha la sua sede a castel Masegra a Sondrio, ha deciso di sconsigliare a guide e aspiranti tali, la salita al rifugio Marco e Rosa dal versante italiano per l’ascensione del Bernina, fino al miglioramento delle condizioni.

Quando cioè le temperature scenderanno limitando i rischi «e non i pericoli - ricorda Michele Comi, guida alpina della Valmalenco - perché quelli in montagna ci sono sempre ed è impossibile eliminarli».

Il monito delle Guide alpine che si sono mosse dopo le segnalazioni pervenute dai colleghi che hanno provato la salita è stato raccolto e rilanciato anche dalla sezione Cai valtellinese di Sondrio, presieduta da Paolo Camanni e proprietaria del rifugio gestito dalla guida alpina Giancarlo “Bianco” Lenatti. In una nota Camanni ha esteso la raccomandazione a tutti.

«Nessun divieto, quello non spetta a noi - specifica Pina -, da parte nostra si tratta di una raccomandazione a non salire dal versante italiano perché non sussistono le condizioni minime».

Il problema non è l’ascesa al Bernina, per la quale la capanna rappresenta la base di partenza, ma il tratto di collegamento tra il rifugio Marinelli e la Marco e Rosa. «Sia il canale che la ferrata sulla balza rocciosa sono troppo a rischio - spiega Pina -. E’ difficile andare a prendere la ferrata e cascano sassi. Alcuni nostri colleghi, guide alpine cioè, sono tornate indietro vista la situazione. Al momento la via dalla Svizzera sembra più agibile anche se, stante il permanere di questa situazione, non so per quanto ancora».

Al rifugio intanto di gente ne arriva ancora. «Meno rispetto alle prenotazioni - dicevano ieri mattina dai 3.600 metri di quota -, ma arrivano». Una stagione tutt’altro che facile per la montagna dove le temperature fuori controllo, unite anche allo scarso innevamento invernale stanno aumentando in maniera esponenziale i rischi.

«La montagna di per sé è densa di pericoli ed è impossibile rimuoverli: cadute, scivolate, scariche di pietre, valanghe, frane, tempeste e bufere, sono una condizione intrinseca del muoversi in natura - sottolinea Comi -. Non esiste alcuna possibilità di rimozione del pericolo, che permane, indipendentemente dall’esperienza e bravura di ogni frequentatore della montagna. Allo stesso modo i dubbi e le difficoltà, seppure in misura variabile e personale, sono una presenza costante di ogni scalata o semplice escursione».

Quadro desolante

«I rischi devono essere “gestiti”, con la consapevolezza che mai si potranno ridurre a zero. Proporre attività “sicure” in montagna è irrealizzabile - dice Comi - così come promettere di frequentare la montagna in “sicurezza”. Per questo è da preferire in ogni caso l’utilizzo del termine “protezione” che significa governare i pericoli. In questo senso va letta la raccomandazione del Collegio delle guide alpine: l’invito alla prudenza è sacrosanto. Io ho fatto il Bernina il 21 giugno e la situazione era già deteriorata».

Tutti ghiacciai sotto i 3.600 metri sono senza copertura nevosa, la franosità generale, poiché di notte non gela più, è in aumento, il quadro desolante. E rischioso per chi, magari alpinista della domenica che ha salito quei sentieri molti anni fa ha un ricordo che non corrisponde più alla realtà. «Tutto è cambiato, il monito è più che corretto» conclude Comi.

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