Comunità mobilitata per l’addio a Tsegay
Migrante morto solo

La storia Profugo eritreo, 42 anni, vittima di un malore nel Centro di prima accoglienza della parrocchia Ieri i funerali in collegiata, alla presenza di tanti fedeli

Comunità mobilitata per l’addio a Tsegay Migrante morto solo
La collegiata ieri pomeriggio per i funerali del migrante morto nel centro di prima accoglienza
(Foto di gianatti)

In pochi in città conoscevano Tsegay, morto lo scorso venerdì 13 gennaio a 42 anni. Ma in tanti ieri pomeriggio, nella collegiata dei Santi Gervasio e Protasio, hanno partecipato al funerale dell’uomo, originario dell’Eritrea, che più volte - l’ultima dalla fine di ottobre - è stato ospite del Centro di prima accoglienza gestito dalla Comunità pastorale cittadina. Attraverso la quale, nei giorni scorsi, è giunto l’invito a partecipare ai funerali, perché nel suo ultimo viaggio, verso il riposo eterno, Tsegay non fosse solo, ma accompagnato dalla comunità cristiana, alla quale anche lui apparteneva.

In tanti presenti

«Oggi - ha affermato l’arciprete, don Christian Bricola - siamo qui per dare un volto a chi arriva nel nostro Paese con un barcone, siamo qui numerosi anche per i tre figli di Tsegay (per ciascuno è stata deposta una rosa sulla bara, nda), che sono in un campo profughi in Etiopia. Dare un volto alle storie di persone che altrimenti rischiamo rimangano solo dei numeri è il giusto atteggiamento cristiano».

Don Bricola ha raccontato che, dopo il suo arrivo in Italia, Tsegay è stato accolto la prima volta in città a luglio 2015. Dopo due mesi, attraverso il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) del Ministero dell’Interno, è stato trasferito a Macerata, da dove ha potuto raggiungere Roma e lavorare per qualche tempo come giardiniere.

Nell’ottobre 2016 è quindi tornato al Centro di prima accoglienza in città, prima di raggiungere una nipote in Germania. Nel novembre 2018 ha beneficiato di un nuovo periodo di accoglienza di nove mesi in città, quindi si è trasferito a Bormio, ma con la pandemia ha fatto ritorno nel capoluogo, trovando accoglienza per cinque mesi a partire dal settembre 2020, fino a che ha trovato lavoro a Milano, in un magazzino ortofrutticolo. Ad agosto 2021 è stato nuovamente accolto per sei mesi al Cpa, poi anche lo scorso anno, salvo un periodo a Ponte in Valtellina, è tornato nella struttura di via Parravicini, dedicata alla memoria di padre Gianni Nobili. L’ultima accoglienza ad ottobre, seguita da un periodo segnato da malesseri fisici. Fino al ricovero in ospedale la scorsa settimana, dove è morto.

L’appello

Durante la liturgia esequiale è stato proclamato il brano evangelico di San Matteo che, nel capitolo 25, narra il giudizio finale: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. «Tsegay - ha sottolineato l’arciprete - non è stato in carcere, ma ha avuto bisogno di tutto il resto e come comunità cristiana, nel nostro piccolo, abbiamo vissuto la carità nei suoi confronti. Qualcuno ha pregato, qualcun altro ha dato un’offerta e alcuni volontari si sono spesi concretamente in gesti di carità».

Secondo don Bricola, la storia di Tsegay «ci insegna che dei migranti non possiamo dire che “sono troppi e non riusciamo ad aiutarli”, perché il Signore ci chiede di aiutarli tutti. Possiamo farlo uno per volta». E ai presenti al funerale ha detto che la loro presenza ha evidenziato il modo cristiano di vivere il problema dei migranti, «che hanno un volto e un nome».

Le spese per il funerale di Tsegay, concluso con la tumulazione nel cimitero cittadino, sono state sostenute dalla Comunità pastorale e dalle Suore della Santa Croce di Menzingen. Le offerte raccolte durante la celebrazione, invece, saranno destinate ai figli di Tsegay, che già erano orfani di madre.

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