«Troppo cemento in Valtellina». Terza in Lombardia

Il convegno L’intervento dell’urbanista Paolo Pileri all’iniziativa “I custodi della terra”, ospiti gli studenti «Ogni anno mezzo metro quadro a testa in più»

«In Valtellina si cementifica come se non ci fosse un domani, tanto che i dati recenti posizionano la provincia di Sondrio come terza provincia in Lombardia per consumo di suolo».

È un dato sconcertante e, per molti, inatteso quello che Paolo Pileri, docente di Pianificazione e progettazione urbanistica al Politecnico di Milano, ha reso noto al convegno “I custodi della terra” che si è tenuto, nella sala Succetti di Confartigianato a Sondrio, venerdì e sabato mattina per 400 studenti delle scuole superiori e sabato pomeriggio per il vasto pubblico.

La disamina

Ha organizzato l’iniziativa con il fine di far riflettere sull’utilizzo del suolo, su ragioni, azioni e politiche per limitarne il consumo, il Centro di etica ambientale di Sondrio con l’associazione “A danca da vida”, in gemellaggio con Sao Mateus in Brasile e la città di Sondrio.

Pileri, con un linguaggio franco e chiaro, ha detto: «Non pensiate che in Valtellina la situazione sia rosea. Anzi quello che più mi fa arrabbiare e che valli alpine come questa, sensibili e delicate, dovrebbero essere dei laboratori della sostenibilità, cioè noi (in città) dovremmo imparare dalla Valtellina, invece è il contrario e qui si portano le peggiori abitudini di altri posti. C’è una “marmellata” di cemento dove le terre sono fragili e sottili. Peraltro, essendoci pochi abitanti, la Valtellina ha un rapporto fra cementificazioni e abitanti disastroso. In Lombardia la provincia di Sondrio è terza per consumo di suolo pro capite, anticipata da Lecco e Mantova. Già Lecco e Sondrio insieme costituiscono due grosse aree dove il consumo è esagerato».

Il dato fornito da Pileri è pari a 0,52, «vuole dire che ogni anno ogni residente in Valtellina ha sulle spalle mezzo metro quadro di cemento in più – ha spiegato -. Ma il cemento costa. Diecimila metri quadri cementificati costano alle casse del Comune 6-7mila euro all’anno, perché l’acqua, non infiltrandosi, deve essere gestita, altrimenti sono danni. Ogni volta che cementifico – lo dico, anche se so che i politici si arrabbiano - metto le mani in tasca ai cittadini. I cittadini non si rendono conto e non pensano che avere il parcheggio, il palaghiaccio o le Olimpiadi 2024 sia solo cosa buona e giusta».

Nel libro “L’intelligenza del suolo” Pileri sostiene che il suolo è un corpo vivo, «non è una piastra che valorizziamo con le villette e capannoni. È un laboratorio di batteri e fauna, grazie al quale le piante vivono e noi mangiamo. Il 95 per cento del cibo arriva dai primi 30 centimetri di terra, il 99 per cento delle calorie che assumiamo proviene da lì».

«Uccidiamo noi stessi»

Quindi il suolo è intelligente, è resiliente, ma è anche fragile. «Nel momento in cui cementifichiamo e usiamo la peggiore agricoltura con agrofarmaci anche in montagna, noi uccidiamo noi stessi, perché di fatto uccidiamo la nostra prima fonte di sopravvivenza e la più grande fonte di biodiversità, visto che il 30 per cento di biodiversità si trova nei primi 30 cm di terra – ha aggiunto il relatore -. Questo spessore è anche un regolatore climatico, perché la combinazione fra alberi, prati, cespugli e suolo fa sì che venga sottratta anidride carbonica dall’atmosfera che viene intrappolata nella terra».

Agli studenti Pileri ha voluto lasciare un messaggio: quello di aguzzare la vita, avere dubbi, fare domande. «Ai ragazzi dico di vedere le cose con un altro sguardo, non più quello dei loro genitori e dei loro nonni – ha concluso il docente -. Oggi non abbiamo bisogno di costruire su terreni vergini, possiamo utilizzare quello che c’è e credo che, anche in Valtellina, non manchino le aree dismesse. Dobbiamo imparare a dare voce a ciò che voce non ha: quello che c’è sotto i nostri piedi, anche se non lo vediamo, è straordinariamente importante. Il cambiamento climatico è già iniziato, lo sappiamo. Noi lasciamo ai giovani una brutta eredità ma loro non possono lasciarne una peggiore ai loro figli, per cui devono studiare e hanno molto lavoro da fare».

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