Walesa, appuntamento con la Storia  A Morbegno arriva il premio Nobel
Como, Teatro Sociale: incontro nell’ambito de Le Primavere di Como organizzate dal quotidiano “La Provincia con Lech Walesa (Foto by Pozzoni Carlo)

Walesa, appuntamento con la Storia

A Morbegno arriva il premio Nobel

Giovedì mattina parlerà della “Solidarietà nel XXI Secolo” all’auditorium Sant’Antonio.

Appuntamento con la Storia a Morbegno. Giovedì, giorno in cui si celebra la festa dell’Europa, l’auditorium Sant’Antonio ospiterà Lech Walesa, premio Nobel per la pace e primo presidente della Repubblica polacca dell’era post comunista.

L’incontro, che avrà per tema “la Solidarietà nel XXI Secolo”, è organizzato dall’Ufficio scolastico territoriale di Sondrio in collaborazione con la Fondazione “ProValtellina”, la Fondazione “Ing. Enea Mattei” di Morbegno e con il contributo del Comune di Morbegno. A introdurre questo appuntamento davvero speciale ci sarà Luca Begalli, responsabile del quotidiano “La Provincia di Sondrio”. L’incontro è aperto alle scuole della provincia e al pubblico. Per esigenze organizzative, si prega di segnalare la propria adesione entro martedì 7 maggio alla seguente mail: giovanni.villa@istruzione.it

Quella di Lech Walesa è la vita straordinaria di un personaggio cardine dei nostri tempi. Nasce a Popowo, una cittadina nel centro-nord della Polonia, il 29 settembre 1943. Cresce con valori fortemente radicati nella fede cattolica. Lavora come elettricista nei cantieri navali di Danzica e nel 1970 partecipa a uno sciopero che il regime comunista reprime con l’uccisione di oltre ottanta lavoratori. Viene imprigionato e accusato di cospirazione antisocialista e punito con un anno di prigione. Pochi anni dopo fonda la prima associazione sindacale libera della Polonia, viene nuovamente arrestato dal ’79 all’80 e diventa un eroe, un volto della rivolta per la libertà quando nell’agosto del 1980 entra illegalmente nei cantieri di Danzica e guida la protesta diventando un leader popolare.

La sua associazione sindacale si trasforma e diventa Solidarnosc con lui presidente. Decisivo per le sue battaglie è il sostegno di un altro grande polacco: Papa Wojtyla. Intanto il capo del regime, il generale Jaruzelski, dichiara uno stato di legge marziale e Walesa viene internato fino alla fine del 1982 e poi rilasciato, ma in una sorta di arresto ai domiciliari fino al 1987. Nel 1983 gli viene riconosciuto il merito della lotta per la libertà contro la dittatura comunista e gli viene assegnato il premio Nobel per la pace. Andrà la moglie Danuta a ritirarlo, perché Walesa temeva che il regime non lo avrebbe più fatto rientrare in patria. Il corrispettivo in denaro del premio verrà invece donato ai quartieri generali di Solidarnosc in esilio a Bruxelles.

Con la caduta del Muro di Berlino, anche la Polonia acquista la libertà e nel 1990 Lech Walesa viene eletto presidente della Repubblica per cinque anni. Come è avvenuto per altri grandi, una volta indossati i panni dello statista si incrina il rapporto con la gente e alle presidenziali del 2000 ottiene solo l’1% dei voti. Con la sua fondazione continua tuttavia la battaglia per la libertà e ha ottenuto numerose lauree honoris causa e premi in tutto il mondo, tranne che in Russia. Nel 2012 Walesa era stato il protagonista della seconda edizione delle “Primavere di Como”, ciclo di incontri organizzato da “La Provincia”.

Nel suo intervento aveva parlato della costruzione dell’Europa unita come sfida per le nuove generazioni, definite «fortunate» rispetto alle generazioni precedenti: «Avete maggiori opportunità - aveva detto - e un compito per certi versi più semplice, perché ci sono le tecnologie, i cambiamenti possono avvenire in modo molto più veloce. E poi oggi il mondo è aperto, non è più l’epoca delle frontiere. Se mio padre dovesse tornare in vita e gli dicessi che non esiste più la frontiera tra Germania e Polonia, morirebbe d’infarto per la seconda volta. A noi - aveva aggiunto - nessuno dava una chance, ci dicevano che solo le armi avrebbero cambiato il corso della storia. Eppure le cose sono andate diversamente. Dovete darvi da fare, non consentite ai vostri figli e nipoti di pensare che avete avuto grandi possibilità, ma non le avete sfruttate».

Quella di Walesa è stata un’avventura degna di un film (anzi tre, come i lungometraggi dedicati dal regista pluripremiato Andrzej Wajda alla figura de leader di Solidarnosc) che ha portato un elettricista dei cantieri navali di Danzica a fondare il primo sindacato libero del blocco sovietico e poi a sedersi al tavolo del negoziato con il Governo, ottenendo nel 1989 le prime elezioni semi libere per il Parlamento. Nel 1990, come detto, lo stesso Walesa diventa poi presidente della Polonia, favorendone il passaggio da nazione satellite dell’Unione Sovietica a Stato democratico con un sistema produttivo in crescita. Amico di Giovanni Paolo II, Walesa ha sempre sostenuto che senza l’appoggio della Chiesa la Polonia non avrebbe mai ottenuto la libertà e sarebbe sparita dalla carta geografica. «Con l’elezione di un Papa polacco - ha più volte raccontato -, tutto il mondo si è chiesto che cosa stesse accadendo nel nostro Paese, anche perché dopo un anno Karol Wojtyla è venuto in visita in Polonia. Ci ha dato il coraggio, ci ha detto: non abbiate paura, cambiate il volto della terra. Ed è quello che abbiamo provato a fare». E quanto allo spirito da rivoluzionario, è solito ribadire: «Sì, mi sento ancora un rivoluzionario. Spero di essere l’ultimo».

Il premio Nobel, intervistato in esclusiva dal nostro quotidiano prima della conferenza pubblica di 7 anni fa a Como, aveva parlato di Europa, di lavoro, di Chiesa, della crisi economica, del capitalismo. Ma anche del suo passato. «La rivolta di cui sono stato a capo ha contribuito a unificare una parte dell’Europa. Ora su molti argomenti abbiamo finalmente smesso di pensare in termini di Stato-Paese, imparando a ragionare in termini di Stato-Europa - aveva spiegato -. Per il nostro tempo è un imperativo categorico. Purtroppo l’unificazione è ostacolata dal fatto che alcuni politici ragionano ancora in termini di frontiere, io mi sono dato il compito di evidenziare gli ostacoli che frenano questo progresso. Serve un dialogo più articolato, uno scambio continuo di informazioni e suggerimenti. Invece c’è persino chi vorrebbe tornare indietro, alla moneta nazionale. Certo, dobbiamo muoverci con più saggezza, non abbiamo ancora programmi adeguati né strutture. In un certo senso, non sappiamo bene cosa fare. Abbiamo fatto una mossa giusta ampliando le strutture europee, ma ora siamo in un’impasse. Se la situazione non si sblocca, rischiamo l’anarchia e la rivoluzione».

Parole che suonano attuali anche oggi, con un’Europa ripiegata su se stessa, mentre incombono le elezioni del 26 maggio e numerosi schieramenti politici spingono per un ritorno all’idea dello Stato-Nazione. Un tema, quello dei rischio di una guerra civile, che Walesa ha evocato ancora pochi anni fa parlando del suo Paese e dei pericoli legati a svolte autoritarie. Le risposte, ha sostenuto, si trovano solo se adeguiamo il pensiero alla nuova realtà. «È necessario un manifesto, un decalogo laico vincolante come base del futuro della Costituzione e della carta fondamentale che manca ancora al nostro continente - ha spiegato in un’intervista a “la Repubblica” -. Quale economia, quale democrazia, quali valori? Parliamone insieme. La globalizzazione rende ottimisti: i suoi mezzi di comunicazione oltrepassano ogni muro. E dobbiamo recuperare i nostri valori solidali. Il comunismo è stato sconfitto perché noi abbiamo avuto un forte riferimento ai valori, anche se i politici non ci credevano. Non si rendevano conto di come andavano le cose».

A “La Provincia” raccontò un aneddoto illuminante: «La delegazione tedesca era in visita in Polonia, con Kohl e il ministro Genscher. Io era ancora un sindacalista, li incontro e faccio una domanda sfrontata: «Tra un po’ cadrà il Muro di Berlino, siete preparati?”. Genscher mi risponde: “Non accadrà nella nostra vita”. Ebbene, hanno dovuto interrompere quella stessa visita ufficiale e correre in Germania perché il Muro era già crollato. Un mese prima della caduta c’era Gorbaciov in visita da Kohl. E quando Kohl disse: “Buttiamo giù questo Muro, che ne pensi?”, Gorbaciov rispose: «Tra cent’anni affronteremo questo discorso”»


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