Viaggio tra i palazzi di Chiavenna
dei nobili Pestalozzi

Non c’è solo quello in piazza: sono molte le dimore della famiglia, da via Quadrio a via Dolzino

Viaggio tra i palazzi di Chiavenna dei nobili Pestalozzi
Facciata verso la rocca del Paradiso, Pestalozzi Quadrio XVI secolo

Quando si parla delle famiglie influenti nei secoli scorsi a Chiavenna non si manca di considerare i Pestalozzi. A Chiavenna, allora borgo vivace di commerci trovandosi sulla via più diretta che collega Milano con il centro Europa, si trasferirono nel 1292 dalla natia Gravedona con Alberto, secondo l’albero genealogico dipinto su tela, conservato nel salone del palazzo Pestalozzi-Luna nella piazza che ne porta il nome. Comunemente si ritiene che questo sia l’unico palazzo della famiglia esistente a Chiavenna, dal 1982 proprietà comunale, mentre essi sono una decina, sparsi in otto rami in cui i Pestalozzi di Chiavenna si divisero.

L’itinerario

Li visitiamo in queste righe con un itinerario ideale lungo il centro storico, ricordando che altri palazzi Pestalozzi sono nominati in Chiavenna, per esempio quello di Nicolò Pestalozzi nel 1485 con casa in contrada San Pietro.

Partiamo da via Maurizio Quadrio, dove al n. 17 sorge il palazzo che prese come secondo nome quello del patriota mazziniano che qui nacque il 6 settembre 1800 oggi al n. 17 da Angelica Pestalozzi del ramo Selder e da Carlo Quadrio, medico e segretario comunale originario di Chiuro in Valtellina. Sulla piattabanda del portale bugnato in pietra ollare è inciso il motto «Deo patriae et amicis» (a Dio, alla patria e agli amici).

Al primo piano, il locale all’angolo verso la rocca del Paradiso era rivestito da una «stüa», databile intorno al 1580 e attribuibile a un laboratorio locale. Essa fu venduta nel 1899 per 8000 lire dagli allora proprietari Moro al Hessisches Landesmuseum di Darmstadt in Germania, dov’è ora esposta. Tra busti, cariatidi e vasi di fiori sono intarsiate massime morali in latino, paesaggi e vedute di città.

Una sorte simile toccò alla «stüa» di un altro palazzo Pestalozzi che si incontra, scendendo su via Dolzino, ai numeri civici 103-107. È chiamato palazzo Pestalozzi-Castelvetro perché il 21 febbraio 1571 vi morì il letterato modenese Lodovico Castelvetro, qui giunto nel 1560 per sfuggire all’Inquisizione. Presenta una facciata simmetrica, unica a Chiavenna, con portale centrale in pietra ollare bugnata datato 1581 e la scritta: «In terris aliquandiu at in coelis aeternum», cioè in terra per un po’ ma in cielo per sempre.

All’inizio del ’700 la proprietà passò ai Salis Soglio e dopo il 1797 a vari privati, tra cui gli eredi di Antonio Tunesi che nel 1874 vendettero al Comune di Modena per 700 lire il monumento funebre del Castelvetro che era in giardino. Quanto alla «stüa» era al primo piano verso destra e fu venduta per 16 mila lire nel 1890 da Giuseppe Martinucci, allora proprietario, a una signora svizzera e quindi ricomposta nel 1893-95 allo Schweizerisches Landesmuseum di Zurigo, dov’è oggi chiamata Chiavenna Zimmer. Tra paraste, capitelli e detti latini sono intarsiati gli stemmi e i nomi dei coniugi proprietari, entrambi Pestalozzi: Antonio di 44 anni e Angelica di 31, con la data 1585. È considerata una delle più importanti a sud delle Alpi,

Proseguendo in via Dolzino al n. 85 un portale bugnato in pietra ollare con arco a tutto sesto porta la data 1617 e il nome di Paolo fu Carlo Pestalozzi, del ramo Porettini. Una figlia Lidia sposò Agostino Gadina Torriani di Coltura in Bregaglia, oggi svizzera, che qui morì avvelenato nel 1680. Porta la stessa data del 1617 anche il palazzo di Daniele fu Giulio Pestalozzi, situato a qualche centinaio di metri, sulla stessa via, al n. 34. Lo si legge sul bel portale in pietra ollare con arco a tutto sesto, sormontato dallo stemma di famiglia. Dal portale si nota un ingresso con un notevole soffitto in legno a cassettoni, mentre in facciata sono lacerti di decorazioni dipinte a monocromo.

Le iniziali incise

Prendendo poco oltre, attraverso la galleria che porta alla Córt di asen si raggiunge in via Candida Lena-Perpenti, ai numero 8 e 10, il palazzo Pestalozzi-Pollavini, così detto perché nell’800 appartenne a questa famiglia, la quale nel 1924 a sua volta vendette all’Istituto Immacolata, mentre dal 2008 è sede della Comunità montana. Sul grande portale a bugnato in pietra ollare è la scritta sibillina «Opus Divinae 1589». Oltre un secolo fa lo storico don Pietro Buzzetti propose di interpretarla come Opera di Divina, il cognome di un architetto trentino di Pergine Valsugana.

E siamo in piazza Rodolfo Pestalozzi del ramo Luna, dove tutta la cortina di case verso il fiume appartenne a questi Pestalozzi: Paolo, come dice la scritta sull’arco del portale al n. 15; qualche parente ai numeri 16-17, dove la testa di leone testimonia trattarsi della stessa famiglia e in prosecuzione, con entrata già in via Carlo Pedretti 2, il palazzo Pestalozzi-Luna. Già nel corridoio a pianterreno, su due portali fronteggiantisi, fanno corpo unico con la piattabanda gli stemmi seicenteschi dei coniugi Pestalozzi e Salis Soglio. È il palazzo oggi comunale, sede al primo piano dal 1982 del Centro di studi storici valchiavennaschi, di un salone di rappresentanza con tele dal cinque al settecento raffiguranti membri della famiglia, tra cui Baiamonte, che, stando all’epigrafe, fu con Colombo in America e di una «stüa» pure cinquecentesca. Questa, tra quelle esistenti in Valchiavenna, in Bregaglia svizzera, in Valtellina e in val Poschiavo, è l’unica ad avere una parete intera a vetri, che però costituisce anche un elemento riscaldante arrivando il sole, rafforzato dalle aperture nella decorazione lignea sul lato destro, che permettevano il passaggio del calore proveniente dalle cucine, tanto da non avere bisogno di una stufa.

Poco più avanti, al n. 9 di via Pedretti è la casa cinquecentesca di Antonio Pestalozzi del ramo Porettini, le cui iniziali sono incise in uno scudo sopra il portale in pietra ollare, che porta la data più antica: 1517.

Infine una casa Pestalozzi del ramo Pellegrini è in Oltremera, oggi in via Giovan Battista Cerletti con facciata verso prato Bazzi. Un semplice camino in pietra ollare, recentemente rimosso, porta lo stemma dei Pestalozzi e sulla parete in alto è graffita a grandi lettere la data 1582.

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