Una mano valtellinese nel cinquantenario  di “Abbey Road”
Il dito indica il nome di Civetta che ha lavorato come fonico nell’edizione del 50° di “Abbey Road”

Una mano valtellinese nel cinquantenario

di “Abbey Road”

Stefano Civetta, 34 anni, di Ardenno ha lavorato come fonico alla nuova versione del disco. L’album, pubblicato nel 1969, fu l’ultimo dei Beatles.

C’è una mano valtellinese nel cinquantenario di “Abbey Road”, il mitico album dei Beatles. Il mezzo secolo di quello che è di fatto l’ultimo disco dei Fab Four, pubblicato il 26 settembre di quel 1969 (i pezzi di” Let it Be”, uscito nel 1970, furono registrati prima) che iniziò con il celebre concerto sul tetto della Apple, il 30 gennaio, è stato celebrato a Londra presso i prestigiosi studios dove il disco fu registrato e da cui prese il nome, suggerito da Ringo Starr.

Lì lavora Stefano Civetta, 34 anni, di Ardenno, fonico dopo un passato di musicista come fisarmonicista per i Luf di Dario Canossi. E Stefano ha partecipato attivamente alla riedizione del mitico 33 giri, insieme a quella del White Album che i cinquanta li ha compiuti lo scorso anno. Abbey Road è una pietra miliare nel cammino dei Beatles, proprio perché ne segna la fine, in mezzo a litigi e dissidi personali, in quel 1969 che li vide esibirsi per l’ultima volta insieme. Eppure possiede una coesione di fondo che manca all’Album Bianco dell’anno precedente.

Stefano Civetta ha lavorato come fonico alla nuova versione del disco, fianco a fianco con Giles Martin, figlio del George che fu l’artefice del suono perfetto dei Beatles. L’album contiene tutti i pezzi originali del disco, più alcune versioni inedite registrate in studio. Non aggiunge di certo nulla alla fama dei Beatles, ma rappresenta un documento importante del loro perfezionismo in registrazione, della cura di ogni dettaglio.

Stefano è diventato ingegnere del suono inseguendo una passione. «Mi è sempre piaciuto poter giocare con i suoni, fondere aspetti tecnici e creativi, far suonare uno strumento o una canzone come si vuole. Essere parte integrante del processo che un artista compie per trasmettere un emozione». È nato come musicista. «Ho iniziato a suonare il pianoforte a cinque anni e tuttora continuo. È stato anche il mio lavoro per diversi anni, finché non ho preso la decisione di passare dall’altra parte del vetro e registrare musicisti molto più bravi di me».

Ma come ci è finito ad Abbey Road? «Tutto è iniziato quando mi sono trasferito in Inghilterra per studiare al Tonmeister Course, probabilmente il corso più prestigioso per sound engineer a Guildford, una cittadina 30 km a sud di Londra. Ho sempre sognato di lavorare un giorno ad Abbey Road e ho visto che questo corso era l’unico che permetteva di fare l’anno di lavoro presso questi rinomati studios. Ho avuto la fortuna di essere ammesso e, in seguito, di entrare in contatto con i fonici più famosi, quantomeno in Europa. Grazie a loro sono riuscito a conoscere persone che lavorano ad Abbey Road ed ho svolto l’anno di lavoro lì. Alla fine dei dodici mesi mi è stato chiesto “Vuoi tornare a Guildford o fermarti ad Abbey Road?” Non ho avuto dubbi».

Così Stefano Civetta da Ardenno ha avuto la possibilità di lavorare a due album storici del gruppo più famoso del mondo. «Non mi posso certo lamentare, a parte le 350 ore al mese di impegno, ma fa parte del gioco». Stefano è rimasto affezionato alla valle natia e ci torna appena può, un paio di volte all’anno, quando gli impegni di suono glielo permettono. Quest’anno rientrerà con un “trofeo” in più: la copia di “Abbey Road” in cui compare tra i credits, anche il suo nome e cognome. Il sogno di una vita, diventato realtà.


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