Domenica 23 Giugno 2013

Rinaldi, quadri

fuori dal coro

Riccardo Rinaldi

Dice di essere un «pittore vero», non il «solito non-pittore, di quelli allineati alle mode», lui che da più di 40 anni si dedica alla pittura di professione. «Non sono ricco - afferma -, ma mantengo la famiglia e ho aperto una galleria permanente a Bormio, mentre ogni giorno lavoro nel mio studio a Tirano».

Riccardo Rinaldi peli sulla lingua non ne ha. Contesta il panorama istituzionale provinciale che lo «boicotta» senza invitarlo ad eventi collettivi o personali. Al contrario è stato ospite di mostre in tutto il mondo e in tutto il mondo ha venduto i suoi quadri. Qualche migliaia.

«Ho cominciato a 23 anni e oggi ne ho 66», svela e se gli si chiede come fa a vivere di pittura in un mondo in cui tutto è diventato difficile, Rinaldi risponde: «Semplice, basta saper dipingere. Il segreto è tutto qui. I modi sono due: o fare come me, imparare la tecnica, chiudersi nello studio tutto il giorno a lavorare, oppure alzarsi la mattina e trovare il critico giusto e il mercante che finanzia il critico e così alla sera sei già grande artista…».

Rinaldi rivela di avere avuto la «passionaccia» per la pittura fin da piccolo. Alle scuole elementari c’erano i sillabari con poche figure, che copiava.

«Avevo innata la predisposizione alla pittura - racconta -, pur essendo figlio di contadini. Forse ho preso da un nonno un po’ artista che n’era andato in Australia. Se avessi fatto studi specifici d’arte, sarei professore di disegno e arte alle medie. Invece sono “nato” pittore, naturalmente ho anche acquisito la tecnica. Ad un certo punto all’inizio del mio percorso ho tenuto una mostra ad Aprica in cui ho esposto una trentina quadri che ho venduto. Da lì è partito tutto. Oggi vivo di pittura e sono uno dei pochi pittori in Valtellina che paga le tasse». L’amico scultore Abram lo chiama «pittore di natura»: nei suoi quadri appaiono rustici antichi con intonaci scrostati, muffe verdastre, balconi dai legni contorti, travi graffiate e annerite dal fumo. E poi la neve dai cento riflessi, le vette e i ghiacciai, i tramonti e le gelide notti lunari e le finestre di fioco bagliore di vita dimessa.

Rinaldi usa la fantasia, ma prende spunto anche da migliaia di fotografie in bianco e nero, scattate da lui, appoggiate sul banco nel suo studio. Una collezione invidiabile della Valtellina del passato. «Non è un segreto che già nell’Ottocento si usasse la fotografia per dipingerne i soggetti - dice -. Il mio primo mercante, di Milano, amava acquistare quadri sugli angoli rustici di Valtellina con vie strette e lame di luce che entravano tra i vicoli, contrasti fra luci e ombre. Il mercante è un grossista d’arte: acquista dal quadro commerciale alla pittura importante. In seguito mi sono aperto ad altri ambienti: il bosco, il campo di papaveri, vari angoli del paesaggio. Molti osservatori, magari preparati dal punto di vista tecnico, guardano il quadro con superficialità, perché ogni quadro è fine a se stesso, la pittura è creatività, c’è sempre ricerca. Sono tutte frottole quando si dice che l’arte ha bisogno di ispirazione. Come in tutte le professioni c’è il giorno in cui va tutto bene e il giorno in cui fai il giro del cavalletto e te ne vai al bar. La mia idea è che, quando hai il polso caldo, devi andare avanti. Quando sto fermo, soprattutto in occasione di mostre, per riprendere ho bisogno di quindici giorni».

«Il pittore Rinaldi, un uomo di stirpe valtellinese - dice di lui l’artista di Delebio G. Abram -, possiede un corposo immaginario e il desiderio di raccontarlo. Caratteristiche cui somma una sensibilità matura. Coltiva con ostinazione il rifiuto di ogni forma di compromesso e di menzogna… sì perché in arte si può anche mentire e molti lo fanno con grande successo. Nelle centinaia di mostre personali da lui approntate in oltre quarant’anni di attività mai è apparsa un’opera che non avesse in sé un contenuto e una dignità formale e artistica di qualità. Lo scultore Manzù a chi gli chiedeva dove prendesse l’ispirazione per le sue opere, rispondeva che la sua produzione artistica dipendeva più dalla traspirazione che dall’ispirazione. Il rude bergamasco era di scarne parole e di concetti elementari ma a volte ci prendeva in pieno».

E Rinaldi è assolutamente d’accordo.

TIRANO

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