Quei mesi in convento  che cambiano la vita
Una panoramica del monastero delle Celle, dove il poeta ha vissuto per un periodo della sua vita nel 1985

Quei mesi in convento

che cambiano la vita

“Quattro mesi e venti giorni” è l’ultima opera del poeta e scrittore valtellinese Giacomo Gusmeroli. Ripercorre il percorso umano intenso e sincero vissuto accanto ai frati di Cortona nel lontano 1985

Un libro che è rimasto nell’intimo dei pensieri per trentadue anni. Ogni tanto il poeta-contadino, Giacomo Gusmeroli, ha scritto qualche frase, ha messo nero su bianco il flash di un ricordo, poi c’è stato bisogno di tempo per elaborarlo e per dargli una forma completa che rimanda anche alla compiutezza divenuta parte del back ground di uomo, prima che di poeta. È uscita in questi giorni per la casa editrice LietoColle la nuova raccolta di poesie del poeta sondriese Giacomo Gusmeroli, intitolata “Quattro mesi e venti giorni”. Quattro mesi e venti giorni è il periodo che Gusmeroli ha trascorso, nel 1985, al monastero Le Celle di Cortona, in provincia di Arezzo. Allora aveva trent’anni e un bisogno di staccare dalla vita quotidiana, scandita dal lavoro in un negozio. Sentiva la necessità di cambiare. Cambiare dentro, innanzitutto.

Un’esperienza «radicale», quella nel monastero, come la definisce Gusmeroli, durante la quale ha conosciuto «belle persone», ovvero i frati che abitavano (e abitano) l’eremo che gli hanno insegnato a coltivare la terra. E Giacomo oggi fa proprio questo: coltiva la terra. Ma non solo. Studia i grandi poeti, divora libri e – soprattutto – compone. Coltiva la terra e si nutre di poesia. Capita anche trascorra dieci ore a comporre. Il tempo passa e lui neppure si accorge.

«Qualcuno si domanderà che senso abbia - dice -. Ma ha senso per me. E un’esigenza dell’anima». Ed ecco che da questa esigenza è nato il quinto libro di Giacomo, dopo “Apprendista della parola” (Guerra, 2008), “Lucòre d’acque” (Studio 64, 2011), “La bilancia in equilibrio” (Liberodiscrivere, 2013), “Vivere qui” (Transeuropa, 2015).

Nella raccolta sono riuniti settantasette componimenti che, in forme per lo più “impoetiche”, ma sempre coerenti nell’esercizio del verso lungo, sono la narrazione in versi del periodo trascorso a Le Celle. Giacomo si pone da osservatore esterno e descrive il panorama umano che gli staglia di fronte. Bellezza, spiritualità, mancanza, solitudine, miseria, obbedienza, la fatica della fede, il travaglio della ricerca.

Un percorso umano intenso e sincero. Un frammento: «Ho conosciuto il dolore di chi va contro all’essere/ e al bello, quel nudo dolore della perdita voluta,/ quel freddo sublime della perdita, quando / il bene che ho perduto e quello che avrei potuto fare / mi si è offerto preciso e unificato / in una grandezza irriferibile».

«La raccolta di versi è un tempo della mia vita passato in convento: quattro mesi e venti giorni. Poi, per diciotto anni, ho coltivato la loro terra e l’orto con frate Franco Gamba da Cene e Sperandio Merelli da Vertova – scrive l’autore nella nota -. In convento coi frati unico il dettame della preghiera e della quotidianità; un insieme di ore, di solitudine e di familiarità. I frati laici erano fuori all’aperto a occuparsi dell’ortaglia, dei fiori, del campo di patate, della vigna e delle molte galline. Lì si sentiva il crepitìo del tralcio potato che brucia, il lavorìo dell’isolamento che infierisce sul volto dei giovani e negli occhi. Intense preghiere sciamavano e bisbigliavano dentro a ogni cella, tocchi di campane iniziavano nuove preghiere nella chiesa, anime mistiche si inginocchiavano fino al dolore in un trasporto sovrumano e si percepivano i segni gioiosi del Signore sui suoi esseri quando già alle prime luci incombeva indocile il gluglu del gorgo che risucchiava – fin là per il ponte – erbette di prato, scaglie, fogliame, legni, brume, nebbioline trafumanti».

Nel testo Gusmeroli racconta, senza paura di rappresentare le fragilità umane dell’uomo davanti al silenzio e alla domanda. Lo fa «con un’accuratezza diaristica – scrive l’editore – che non nasconde il disordine generato dal contatto estremo e “panico” con il proprio mondo interiore, quando posto a confronto con la semplicità (apparente) della natura da una parte e con, dall’altra, il rumorosissimo scorrere del proprio sangue nelle notti dove il più piccolo gesto muove l’aria tra i sussurri del convento e la grida del profondo individuale e collettivo».

Un libro prezioso, in un tempo in cui fermarsi sembra peccato e le rincorse verso il “non si sa dove” paiono l’unica ragione di sopravvivenza della specie. Gusmeroli si pone sull’altra sponda ad osservatore senza giudizio, ma con indulgenza verso un’umanità governata da regole diverse rispetto allo stereotipo dei giorni nella nostra epoca.

E se il dono della meditazione non gli appartiene, c’è la bellezza della terra: «... Preferisco seguire i sentieri sterrati nei larghi uliveti del colle, disseminati di farfalle, prendendomi cura dei miei limiti finché non arrivo là dietro».

E lo stupore: «Ho questa finestrella. Mi affaccio, mezzo dentro mezzo fuori,/ a guardare, a perdermi. Tutto è dono. Uno spantanato disseminìo/ Guardo ancora gli ulivi, gli animali, i colori, / i fili degli steli che tornano all’indaco. Mi trovo così estasiato; / c’è qualcosa come nel Cantico di Frate Sole. A volte mi stupisco/ di questa improvvisa delicatezza – visionaria forse – / che mi si pone improvvisa davanti agli occhi / come una carezza su un volto rattristato».


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