“Missa solemnis”, un capolavoro
illumina il Sociale

Musica classicaIl concerto della Vivaldi con Passerini Ovazione al termine del “monumento” beethoveniano “ Bene orchestra, il coro Ut e i quattro solisti di livello

La “Missa solemnis” di Ludwig Van Beethoven ha illuminato il Teatro Sociale.

Il nuovo appuntamento della 60esima Stagione sinfonica degli Amici della Musica di Sondalo con l’Orchestra “Vivaldi” ha visto in scena la straripante compagine retta con fulgore carismatico dal maestro Lorenzo Passerini sempre più a spasso tra le pieghe del tempo e dello spazio, magnificato dalla stampa del mondo intero, con l’ottimo “Coro Ut Ensemble” del maestro Lorenzo Donati disseminato tra le fila degli orchestrali, come strumentista di altissimo rango.

Talentuosi

Un bellissimo peccato dell’età matura, il capolavoro sacro beethoveniano, “maledettamente paradisiaco” per quel furore ieratico pervaso dal tormento mistico e sensuoso dell’estasi berniniana della “transverberazione” di Santa Teresa d’Avila.

Solisti d’eccezione il tenore Luigi Albani, il basso Alberto Rota, e due fascinose quanto talentuose donne: il mezzosoprano Alessia Nadin in elegante giacca bianca su nero di lucido lamè, e il soprano Sarah Tisba in arabescato tortora brunito. Voci straordinarie fuse in un intreccio mirabile sorretto alla perfezione dall’innesto del coro UT Ensemble che invoca il “Kyrie” sul tappeto sinfonico imperioso della “Vivaldi”, che si spegne infine dolcemente nel pianissimo evocato da legni ed ottoni in sordina. Attacco fulminante del “Gloria”.

Gloria

“Gloria in excelsis Deo” nel parossismo verticale delle impennate coriacee del coro, per sussurrare appena “…et in terra pax hominibus bonae voluntatis”.

Trombe e tromboni in tumulto coi corni oscuri che brucano sul fondo nel “Tu solus Altissimus, Jesu Christe”, fino a inalberarsi nel magniloquente fugato del “Cum Sancto Spiritu” coi corni che danzano a mezz’aria nel tumulto tempestoso del rapido inseguimento corale e i timpani che minacciano di brutto col il “contrappuntismo dotto” di un lungo e laborioso “Amen” che non chiude se non per ribadire stentoreamente ancora una volta il “Gloria in excelsis Deo.

Gloria!”. Imperioso quel “Credo” perentoriamente affermativo di una fede assolutamente irrinunciabile. Venerabile il sospiro devoto dell’“incarnatus est” con l’umanizzazione di un Dio che “homo factus est”. E, dopo il tormentoso “crucifixus”, il silenzio della tomba rotto dal trionfale “resurrexit” in un fugato intricato con le trombe sempre più in alto in contrappunto coi corni che conduce ad un falso finale a stacchi per ammorbidirsi in una leggera appoggiatura. “Sanctus” pacato che tempesta nell’epico “Hosanna”.

Crescendo

Passerini vive nel corpo e nell’anima la transustanziazione divina del “Benedictus” con il violino primo in proscenio con la bellezza celestiale di un ricamo melodico di rarissima fattura che incanta tra echi sublimi che violano il coacervo sincretico delle umane brutture. Sublime.

L’“Agnus Dei” è affidato primamente ad un basso corposo su cui marcia il tenore in un “miserere” straziante, e poi all’armonioso mezzosoprano e l’invitto soprano fino alla pacata supplica del rasserenarsi fiducioso del “Dona nobis pacem”.

Una pace insidiata dagli squilli bellici del “Si vis pacem para bellum”. Ma l’anelito dei cuori è sempre lo stesso: la pace. Quella vera, universale e duratura. Ovazione per Passerini & Company.

In apertura del concerto, spazio anche al compositore Umberto Pedraglio con la sua “Visioni, per mezzosoprano, coro e orchestra” su testi di Aung San Suu Kyi (Premio Nobel per la Pace nel 1991).

Nel marasma inconsulto di una tetra voragine infernale a cui il mondo sembra essere ormai destinato emerge il mistico rintocco delle campane “lauretane”, pacifere sulla terra come l’ulivo di una bianca colomba dopo il “Gran Diluvio”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA