«La famiglia ebrea cacciata
Il mio dolore da ricordare»

Memoria Matatia racconta la storia dei parenti nel libro “I vicini scomodi” «Il nonno si salvò in Bolivia, quando tornò, c’erano stati milioni di morti»

«La famiglia ebrea cacciata Il mio dolore da ricordare»
Il libro di Matatia

«Non si può dimenticare quanto successo, la memoria è fondamentale e serve meditare su cosa l’uomo sia capace di fare quando esce il mostro latente che c’è in lui». Lo ha detto con commozione Roberto Matatia in biblioteca Rajna a Sondrio venerdì sera, quando ha presentato “I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli negli anni del fascismo”, il suo ultimo libro che racconta le vicende di un ramo della famiglia Matatia, giunta nei primi del Novecento in Italia in cerca di fortuna e impiegata nell’ambito della pellicceria.

Lo zio di Roberto, che ha raggiunto una posizione dal punto di vista economico, acquista una villa a Riccione, frequentata a quei tempi da un’élite, tanto che, di fianco alla villa di Matatia, si stabilisce lo stesso Mussolini. «I miei parenti inizialmente hanno rapporti fascisti, ma nel ’38 con le leggi razziali tutto finisce - ha raccontato Matatia -. Già nel ’37 lo zio viene convocato a Bologna per essere interrogato e spinto a vendere la villa, perché è scomodo per il duce avere come vicini di casa degli ebrei (da qui il titolo del libro). I divieti fanno sì che gli ebrei diventino estranei in mezzo agli altri; sembra che i Matatia siano diventati nebbia, nessuno li saluta più».

«Mandati via dalle scuole»

«Il nonno parte per la Bolivia, mentre lo zio Nissim non se ne va, perché si sente italiano e inserito nel mondo che conta. Ma non è così. Per gli ebrei comincia ad esserci la morte civile. La cacciata dei figli dalle scuole italiane è il modo più tremendo per dire che sei destinato a scomparire. Le comunità ebraiche allora creano delle aule scolastiche dove gli insegnanti ebrei, cacciati dalle scuole del Regno, possano insegnare».

«Da Forlì i figli dei Matatia vanno a Bologna, ma quando nel ’40 cominciano a cadere le bombe, sfollano e si rifugiano a Savigno, nel Modenese, un paesino dove si stabiliscono cento famiglie di ebrei, aiutate dal parroco a nascondersi e a raggiungere la Svizzera. Sulla “corriera” per Bologna Camelia, la figlia adolescente di Nissim, conosce un ragazzo che, in seguito, mi cambierà la vita. Qualche anno fa ha portato nella mia azienda una cartelletta con le lettere che Camelia a quei tempi gli scriveva. Ho provato una forte scossa dopo averle lette e, da lì, ho iniziato a studiare e ricercare documentazione negli archivi di Stato per ricostruire la storia della mia famiglia e di tante altre».

Auschwitz

Ebbene l’ultima lettera di Camelia è datata 1° dicembre 1943, giorno in cui il silenzio del paese di Savigno viene rotto dalle camionette che si fermano davanti alle case degli ebrei, venduti da una delatrice ai fascisti.

Ad ogni capofamiglia viene dato un biglietto su cui è scritto di raccogliere cibo per otto giorni (il tempo stimato per essere portati ad Auschwitz), effetti personali, soldi e gioielli di cui vengono poi derubati. I Matatia vengono portati in diversi carceri fino a San Vittore a Milano e, da lì, sul famoso binario 21. Una volta ad Auschwitz Camelia e la mamma vengono uccide con il gas, mentre figli e marito sopravvivono e vengono mandati al campo lavoro nelle fabbriche. Alla fine saranno ventiquattro i componenti Matatia morti nei campi di concentramento.

«Quando mio nonno, che intanto aveva aperto una gelateria in Bolivia, torna in Italia con la sua famiglia (i figli sono diventati sette) non sa che ci sono stati milioni di morti e che la gente è cambiata – ha proseguito l’autore -. Soprattutto non trova più nessuno della sua famiglia. Decide dunque insieme ai figlio – tranne mio padre che, nel frattempo aveva conosciuto mia madre – di tornare in Israele. E questa è la storia che racconto nel libro. Una storia su cui mi pesa molto tornare, ma sento che mi tocca. Come ebreo e come uomo».

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