La caccia all’orso e la mano dell’uomo
L’orsa, catturata nel 1867, oggi esposta al Museo della Ciäsa Granda a Stampa in Bregaglia svizzera

La caccia all’orso e la mano dell’uomo

Tanti danni provocati in Valchiavenna, ma in un caso il furto fu compiuto da un locale. I lupi rappresentavano un pericolo anche per l’uomo, in particolare per i bambini.

“Qui nasscie abeti, larici e pini, daini, stambuche, chamoze e teribili orsi. […]. Vannoci i villani a tempo delle nevi chon grandi ingegni per fare trabochare gli orsi giù per esse ripe”. A scrivere queste parole è Leonardo da Vinci nelle nove righe che nel 1490 dedicò alla “Valdiciavenna”, come le ha titolate, affidandole al “Codice atlantico”, conservato alla Biblioteca Ambrosiana di Milano.

In val San Giacomo

Quindi dovevano essere gli orsi gli animali selvatici allora più diffusi da noi o comunque i più cacciati. La loro presenza, con quella dei lupi, è ricordata nel 1599 in val San Giacomo. Risalendo verso di noi di qualche secolo in cui non abbiamo notizie in merito, troviamo nel ’700 varie uccisioni di orsi. Nella prima metà di quel secolo nella Piana è documentato l’abbattimento di un esemplare all’anno. Chi lo catturava aveva una lira per capo. Del resto la taglia per gli animali selvatici era una pratica in uso fin da epoca medievale. Nel secolo successivo le notizie si fanno più sporadiche, il che potrebbe essere segno di rarefazione di quella fauna, ma non è detto. Nel 1833 si parla di qualche orso in Valchiavenna e soprattutto in val Bodengo, che viene considerata la zona più popolata da questa fauna. Ancora nel 1863 un esemplare fu ucciso presso Chiavenna e quattro anni dopo la stessa sorte toccò a un’orsa, che fu imbalsamata e che oggi fa bella mostra di sé al museo della Ciäsa Granda di Stampa in Bregaglia svizzera. In quello stesso anno un farmacista di Chiavenna, avendo subìto danni nelle sue proprietà da un orso, invitò i cacciatori a ritrovarsi a mezzanotte al ponte della Mera “armati di fucili e coltelli” per “una grande battuta”. La bestia fu uccisa ed esposta al pubblico. Nel 1885 si lamentò che parecchi orsi avevano divorato greggi di capre, per cui la prefettura di Sondrio ne autorizzò la caccia per un mese, senza peraltro risolvere il problema, che si trascinò sino alla fine del secolo. L’anno dopo un’orsa e due piccoli fecero ancora danni al bestiame in val Bodengo e in val Pilotera, per cui di nuovo intervenne la prefettura a permetterne la caccia a dieci alpigiani per due mesi. Ma succedevano in quel periodo sempre più sparizioni di bestie da allevamento, il che fece nascere qualche sospetto. Altro che orsi! La sagacia di un contadino di Gordona, a cui erano scomparse due capre, portò a comunicare la sua “nöda” (il marchio di proprietà inciso sulla pelle degli animali) ai macellai di Chiavenna. Scoprì allora che una delle sue bestie era stata venduta a uno di loro. Si risalì al conferitore, che confessò e, per chiudere la faccenda, sborsò una sessantina di lire al proprietario. E i danni attribuiti agli orsi cominciarono sensibilmente a diminuire. L’abbattimento di un’orsa proveniente dai Grigioni è ricordato anche a Starleggia nel 1897, mentre l’ultimo esemplare fu ucciso nei pressi di Chiavenna nel 1903.

Se gli orsi potevano uccidere gli armenti, i lupi rappresentavano un pericolo anche per l’uomo, in particolare per i bambini. E fin dal ’600 anche da noi sono segnalati loro comportamenti antropofagi. Nel 1639, precisamene il 14 settembre, questa fine toccò a una dodicenne di Pianazzòla, come dicono i registri parrocchiali dei morti. Non mi è possibile stabilire se le 32 donne e i 2 bambini divorati da lupi in Valchiavenna nel quarto decennio di quel secolo siano o no un’esagerazione: a pubblicarlo è lo storico grigione Rosio de Porta. Certo è che nel 1692 la nuova chiesetta a Crana di Piuro fu dedicata a san Giuseppe come protettore dai lupi che assalivano gli adulti e rapivano dalla culla i bambini, come racconta Giovan Giacomo Macolino, canonico a Chiavenna, nel suo “Diario”, stampato a Milano nel 1707. Per invocare la stessa protezione a Prata si celebrava allora, il 29 luglio, la festa di santa Marta al suo altare nella chiesa parrocchiale. Ancora nel 1808 l’oste della Riva di Mezzòla era stato assalito da tre lupi.

L’archivio di Gordona

Il comune che in valle conserva nel suo archivio più notizie in merito è quello di Gordona, rese note da Bruno De Agostini nel volume uscito nel 2007 a cura della parrocchia. Vi sono pubblicati i maneggi consolari, cioè i libretti delle entrate e uscite del Comune, e i registri dei verbali delle riunioni comunali dal 1591 al 1771, per un totale di 111 anni, quindi con vari vuoti. Emerge così che tra Gordona, Menarola e Mese fu catturato un centinaio di lupi, stando ai compensi per chi li catturava: da una a due lire. Nel 1733 è registrata una campagna di 36 uomini, ognuno dei quali abbatté un esemplare. Nel 1816 ne fu ucciso uno sui monti di Samolaco e nell’inverno del 1895 un altro dei 3-4 esemplari avvistati a San Cassiano. Il Comune di Chiavenna, come molte altre comunità, dava 6 lire a chi catturava un lupo grande e 4 per uno piccolo. Per ricevere il premio bisognava consegnare al console un orecchio dell’animale, che veniva ovviamente trattenuto. Per altre notizie sui lupi, ma anche sugli orsi e sulle linci in Valchiavenna e in Bregaglia svizzera si veda il contributo di Aldo Oriani e Barbara Rovelli, apparso su “Clavenna” del 1993. C’erano anche le lepri a rovinare raccolti e vigneti, per cui nel 1780 fu autorizzata la loro caccia con i cani. Una ricompensa era prevista nel penultimo decennio del ‘700 anche per chi abbatteva le aquile: 6 lire. Conosciamo due soli casi. Bastino questi appunti per avere un’idea della caccia agli animali selvatici in Valchiavenna, un argomento tornato di attualità dopo i danni provocati all’agricoltura e al bestiame da cervi e cinghiali, più che da qualche sparuto orso o lupo che ciclicamente viene segnalato dalle nostre parti.


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