La brisaola e il “violino”
proposte andate a vuoto

Sull’idea di brevettare i due prodotti, il Comune di Chiavenna nel 1957 si dichiarò incompetente. E sempre in quell’anno fu chiesto di creare una Provincia separata come già avvenuto sotto Napoleone

Nello stesso anno, il 1957, arrivarono due interessanti proposte al Comune di Chiavenna, allora guidato dal sindaco Ugo Galli, entrambe lasciate cadere. Le risposte furono sollecite, essendo state inviate nel volgere di meno di una decina di giorni. Per una, relativa alla brisaola e al violino, ci si dichiarò stranamente incompetenti, rimandando ad altri uffici; per l’altra, di carattere istituzionale amministrativo, la proposta fu ritenuta non “assolutamente” fattibile.

La “spaléta de carna séca”

Fin da allora c’era chi pensava di “brevettare” la brisaola di Chiavenna e il violino, come si è chiamata la “spaléta de carna séca” dopo che nel 1933 Giovanni Bertacchi scrisse la nota poesia dialettale. Se per quest’ultima specialità è venuto in soccorso Slow food che ne ha fatto un presidio, non altrettanto è toccato alla brisaola, alla quale è stato anche modificato il nome in bresaola quando il 29 dicembre 1998 ha ottenuto l’Indicazione geografica protetta dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, estendendo il territorio di produzione a tutta la provincia di Sondrio e dicendola di Valtellina, da cui non proviene.

L’idea nel 1957 fu di Giovanni Muttoni, ragioniere e commercialista, nato a Chiavenna il 13 giugno 1886 da Giovan Battista, originario di Peglio, e da Virginia Zontini, figlia dell’ingegnere Benedetto, che lavorava alla strada dello Spluga. Abitò al primo piano della casa in via Dolzino, oggi al numero 66, dove morirà il 21 gennaio 1959. A Chiavenna fu commissario prefettizio dal 16 ottobre 1937, poco dopo podestà fino al ’42 e giudice conciliatore dal 1950 al ’57. Egli intuì la necessità di una protezione dei due salumi più tipici della valle, scrivendo all’amministrazione comunale il 22 febbraio, dopo che alla radio, nel corso del “Gazzettino Padano”, aveva sentito attribuire a Sondrio le due specialità chiavennasche, anche se – scrive – “a sfatare tale pretesa stanno secoli di storia”. Egli anticipò di oltre quarant’anni la nascita del consorzio, che si volle però provinciale. A stupire è lo scarica barile del Comune: sei giorni dopo rispose al Muttoni che la eventuale azione per brevettare quanto richiesto “dovrebbe essere esperita dall’Unione Commercianti”.

Acqua passata, ma qualcosa si può ancora fare per differenziare nel consorzio il prodotto chiavennasco da quello del resto della provincia: mantenergli ovviamente la qualità e il nome di brisaola, magari evidenziando il punto sopra la “i”, come suggerii anni fa a una ditta locale che inizialmente l’adottò assieme al motto: Quella con un punto in più. Opportunamente quasi tutti i produttori in Valchiavenna hanno mantenuto il nome originario, così come ha fatto il Consorzio turistico per il Dì de la brisaola, l’indovinata manifestazione di inizio ottobre, che si ripete da dieci anni.

È andata meglio per la “spaléta de carna séca”, come si diceva una volta, anche se il simpatico termine “violino” consente di usare pure la coscia della capra (con più carne, ma meno gustosa). Per la precisione il violino nacque in val San Giacomo o valle Spluga, come si preferisce dire oggi per indicare una delle tre valli minori che costituiscono la Valchiavenna. Dal 2000, come si è anticipato, è presidio Slow food a garanzia della qualità e della zona di produzione.

Provincia di Chiavenna

L’altra proposta, di carattere non gastronomico ma amministrativo, giunse al Comune ancora da un ragioniere in quello stesso 1957: la costituzione della Provincia di Chiavenna. Qualcosa di simile era già avvenuto 160 anni prima, dopo che Napoleone il 10 ottobre 1797 aveva allontanato i Grigioni, che dominavano in Valchiavenna, come in Valtellina, da quasi tre secoli. Alle sei province dell’ex Lombardia austriaca (Milano, Como, Pavia, Cremona, Casalmaggiore e Lodi) furono allora aggiunte quelle di Bergamo, Brescia, Crema e, nel territorio dell’attuale provincia di Sondrio, quelle di Valtellina, di Bormio e di Chiavenna.

Le nostre province resteranno anche dopo che, tra il 1799 e il 1800, gli Austro-russi subentrarono ai Francesi. Ma furono soppresse agli inizi del 1802, con la costituzione della Repubblica Italiana, sempre sotto Napoleone. Dei quasi cinque anni di vita della provincia di Chiavenna è rimasto un ricordo su una delle campane del santuario di San Guglielmo a San Giacomo Filippo. Vi si legge in rilievo, sotto l’anno di fusione 1798: “Anno secondo della libertà della nostra provincia di Chiavenna”. Lo stesso figura nei documenti cartacei dell’epoca.

Dell’argomento non si parlò più fino a quel 1957, quando il comm. rag. Giovanni Castelfranchi di Milano, figlio di Angelo. che trovo impegnato tra il 1920 e il ’30 nel Conforto benefico permanente ai feriti di guerra, istituzione fondata a Milano nel 1915, propose al Comune di Chiavenna la creazione di una provincia in valle.

Non ho elementi per stabilire quali relazioni il proponente avesse con Chiavenna. Nella sua lettera dell’8 aprile riferisce che il “Corriere della sera” di due giorni prima, parlando dell’istituzione della provincia di Oristano soprattutto perché troppo distante da Cagliari, riferiva di altre province da istituire, tra cui Lecco, “ma con viva sorpresa – scrive – non vi ho trovato Chiavenna”. E motiva la sua affermazione: “la ragione più importante è la distanza e la scomodità di recarsi all’attuale sede della provincia, cioè a Sondrio”, tanto più che i chilometri sono maggiori di quelli di Oristano. Perentorio il no del sindaco: “questa amministrazione non ritiene assolutamente fattibile (quanto suggerito) né sul piano politico-economico nazionale né su quello pratico”.

Una terza occasione di modifica istituzionale per la Valchiavenna, questa volta non per un ente a sé, bensì per l’aggregazione del territorio non più alla provincia di Sondrio, com’era dal 1816, ma a quella di Lecco, fu nel 1992, quando quest’ultima, dopo decenni di proposte, fu finalmente istituita. Si disse e si scrisse che, se si fosse fatto un referendum, la grande maggioranza dei chiavennaschi avrebbe optato per cambiare, se non altro per avere un capoluogo di provincia sulla via verso Milano, non verso Merano e Bolzano, ma anche per raggiungerlo più speditamente.

Tuttavia il nuovo ente aveva già “scomodato” la provincia di Como e un po’ anche quella di Bergamo, per cui neppure si procedette a sentire la popolazione.

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