«Il jazz, un linguaggio onnivoro che vive delle contraddizioni del tempo»

C’è attesa per il concerto che sabato 24 settembre vedrà sullo stesso palco Enrico Rava ed Enrico Intra. «Daremo molto spazio all’improvvisazione. Giocheremo a rincorrerci, cercando di prenderci»

«Il jazz, un linguaggio onnivoro che vive delle contraddizioni del tempo»
Enrico Intra

Enrico Intra non solo è un pianista jazz di primo piano, conosciuto in Italia e nel mondo.

È anche un pezzo di storia della musica italiana.

Sessant’anni fa ha co-fondato il Derby Club a Milano, cabaret in cui hanno mosso i primi passi artisti come Jannacci, Cochi e Renato, Gaber. Ha composto musica per Gerry Mulligan e Giuni Russo. È stato direttore d’orchestra al Festival di Sanremo negli anni Sessanta e Settanta, ha avuto anche la direzione musicale di “Domenica In” nel 77-78. Ultimamente si è dedicato alla rivisitazione di canti gregoriani e spirituals.

Personaggio musicale, quindi, a tutto tondo, che sarà sabato 24 settembre all’Auditorium di Morbegno con un altro grandissimo del nostro jazz, Enrico Rava. C’è grande attesa in valle da quando si è diffusa la notizia del concerto, organizzato da AmbriaJazz nell’ambito di un cartellone condiviso con AMA Musica, Orchestra di Fiati della Valtellina, Orchestra Vivaldi e Amici della Musica Sondalo.

Milanese, classe 1935, Intra ha accettato di buon grado di fare due parole sull’imminente concerto morbegnese, ma anche su vecchi e nuovi compagni di avventure musicali.

Ci parli di questo concerto, in duo con Rava. Cosa dobbiamo attenderci?

Di tutto. Ho proposto a Enrico una scaletta di brani e lui mi ha dato la sua, alla fine abbiamo deciso che la musica vivrà al momento. Ci sarà una rosa di brani, ma daremo molto spazio all’improvvisazione, su una nota o un tema. Giocheremo a rincorrerci l’un l’altro, cercando di prenderci. È la prima volta assoluta in duo, anche se abbiamo fatto parte di altri progetti. Saremo uno di fronte all’altro, con i nostri pensieri liberi.

Lei ha fatto coppia fissa per più di quarant’anni con Franco Cerri, purtroppo scomparso lo scorso ottobre.

Con Franco abbiamo fondato i Civici Corsi di Jazz a Milano, oggi riconosciuti dal Ministero e parificati al Conservatorio, grande soddisfazione. Era un musicista di stile enorme, un talento straordinario, è stato maestro di se stesso. Ha saputo usare bene il dono che a volte ci viene dato. Eravamo proprio come una vecchia coppia, con qualche veniale bisticcio dovuto alle scelte musicali, lui più classico, io più contemporaneo. Abbiamo fatto il doppio trio e ci chiedevano come mettessimo d’accordo due strumenti armonici come i nostri. E noi: quando suona uno, l’altro sta zitto. Mi manca, ma purtroppo così è la vita.

Lei oggi suona con un altro chitarrista, il sondriese Alex Stangoni.

Alex ha iniziato con la chitarra, oggi produce suoni elettronici dal vivo, insieme inventiamo musica in composizione istantanea. È un percorso interessante il suo, da studente è diventato docente della Civica Jazz e poi compositore. Sono stato alla finestra a vedere l’evoluzione di questi ragazzi, provando grande soddisfazione e piacere. Alex è una persona particolare, con una sua personalità precisa, quindi uomo da stimare e da seguire. Si costruisce le chitarre, fa questa ricerca sul blues rurale, è sempre attento e in movimento.

Vede qualcuno di interessante nel panorama attuale del jazz?

Segnalerei tutti i giovani che si dedicano al jazz che considero la vera musica contemporanea anche perché nasce al momento, è l’unico genere che assimila e assorbe gli altri, un linguaggio onnivoro che vive delle contraddizioni del tempo. Ma se devo fare un nome, direi proprio Alex che non si occupa solo di uno strumento, ma ha una visione totale della musica e può dare qualcosa in più a questo linguaggio. E poi Luca Missiti, anche lui uscito dalla Civica, prima chitarrista e trombonista, oggi direttore d’orchestra e mio validissimo collaboratore.

Ha qualche consiglio da dare a un giovane musicista?

Ascoltare, ascoltare, ascoltare musica, nei luoghi deputati, i dischi possibilmente in camera propria, senza rumori di fondo. Bisogna anche vederli, i concerti, osservare il musicista e cercare di capire il rapporto che ha con il suo strumento. Poi, buttare via tutto e costruirsi una propria personalità.

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