Garlaschelli incontra le Argonaute. «La poesia è un dialogo sonoro»

TresivioLa poetessa di Ponte ha presentato il libro “Nel nome della madre”, uscito per Einaudi. Racchetti: «La poesia si ascolta, nella poesia ci si immerge, sarebbe presuntuoso spiegarla»

«Che cosa è la poesia? Non so dirlo, ci sono tante risposte che mi segno di volta in volta, finché ne trovo un’altra che mi piace più. Forse il poeta, nel fare poesia, è come se prolungasse il sonno notturno e non volesse svegliarsi. Sicuramente la poesia è un dialogo sonoro che ci permette di stare in un incontro con l’altro. Non è pratica di solitudine e ritiro dal mondo, da soffitta polverosa; per me i poeti sono figure che stanno nel mondo e si relazionano con gli altri».

La rassegna dedicata alle donne

Ha parlato con sincerità e con il cuore la poeta Aimara Garlaschelli, di Ponte in Valtellina ma ora residente a Milano, ospite a Tresivio dell’associazione Argonaute e de Il richiamo del Jobél. A Francesco Racchetti, suo professore alle medie, il compito di presentare il libro “Nel nome della madre”, uscito per Einaudi nella Collezione di poesia nel giugno di quest’anno, e di conversare con lei.

Al loro fianco Mariella Londoni delle Argonaute che, con questo incontro, prosegue la rassegna voluta per presentare donne che hanno lasciato il segno. E Aimara, con i suoi versi, lo lascia. Certamente la poesia non si può spiegare, come ha premesso Racchetti, «sarebbe sciocco e presuntuoso», perché la poesia si ascolta, nella poesia ci si immerge.

La musicalità e le immagini

«Ci si fa portare dal ritmo, dalla musicalità, dal suono che si struttura in immagini - ha detto - La lettura di un testo poetico è molto personale». E soggettiva è la visione che il professore ha dato de “Nel nome della madre” come la figura della rondine che accompagna il poema (l’ultimo verso si chiude con una domanda: «Dov’è la rondine?»), il tema dei migranti con quella «pazienza migratoria che non trema», il rovesciamento del tempo che si apre verso un altrove, anche attraverso l’amore.

«La visione che Aimara esprime non è desolata, nonostante ci sia grande sofferenza e dolore - ha aggiunto - Si sofferma in modo efficace sulla disperazione del naufragio, sulla morte in mare. C’è la possibilità di andare oltre, ma anche la possibilità di ritorno. La migrazione non è un partire assoluto. Mi piace che l’ultimo verso sia una domanda, perché porre domande è un modo di porsi di fronte alla poesia».

Garlaschelli, con grande umiltà, è intervenuta: «Non ho la lucidità nel sapere perché ho scritto quello che ho scritto - ha raccontato - Non ho pensato alla rondine come figura dell’aperto e del ritorno, ma mi piace molto. Sicuramente il nido della rondine è uno spazio di attesa, uno spazio anche temporale. La rondine è un simbolo fortissimo e quello che mi ha condizionato è il simbolo di madre esemplare. La rondine sa costruire nidi robusti di fango, aggiunge piumini che si strappa da sé perché il nido sia caldo; la rondine maschio e femmina si preoccupano di costruire il nido. La rondine è una creatura che non ha nulla, ma cerca ospitalità. La rondine è un uccello accudente, si crede che possa restituire la vista ai piccoli nel nido con l’erba celidonia».

Il resto lo raccontano i suoi versi che vanno letti nel silenzio, con attenzione, con uno sguardo aperto.

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