Martedì 28 Settembre 2010

Il Manzoni e quell'italiano minimalizzato

Sono giorni che sul più conosciuto giornale italiano appaiono sostanziosi interventi sul rigoglioso crescere dell'uso errato della lingua italiana. Un articolo era intitolato: «Il declino della lingua (scritta). Vocaboli e congiuntivi: i dieci errori - Italiano sempre più sconosciuto agli studenti. Non leggono Dante, lo traducono». Il sommario di un altro articolo diceva: «Dopo i risultati allarmanti dei test. Anche il Manzoni ha ignorato il congiuntivo». Il padre della lingua italiana e il perfezionista dell'uso della stessa avrebbero qualche colpa nell'ignoranza (ad ogni cosa il suo nome) della gioventù odierna? Chissà! Comunque l'arte del tradurre è veramente difficile e, se vi riuscissero, sarebbero bravi. Ma per il Manzoni è proprio sicuro che ignorasse realmente il congiuntivo? O che qualche volta lo abbia sostituito in bocca a qualche "villano", qualche analfabeta del popolo sovrano per rendere più realistico il discorso?

Mario Grosso

Il Manzoni usava, in certi passaggi, popolarizzare la lingua. Adeguare il parlato allo scritto. Tipo (Promessi Sposi): «Se mi si accostava un passo in più, l'infilavo il birbone». Non è stato il solo a far così. Non è non il solo. Non rimarrà il solo. Ma un conto è l'artifizio letterario, un altro la realtà quotidiana. La realtà degli scambi di parole, parlate e scritte, nello studio e nel lavoro, nelle arti e nelle professioni. Eccetera. Scambi spesso faticosi, talvolta incomprensibili, non di rado scorretti. Il problema è la scorrettezza, non è un meditato e diverso uso della lingua, adeguata alla società che si evolve, si modifica, si esprime diversamente da come si era fin lì espressa. Il problema è l'educazione, è l'insegnamento, è la cultura. Paghiamo un deficit in tutt'e tre, con evidenza innegabile. Però non ce ne importa molto, a giudicare dalla crescita del fenomeno che addirittura trova chi lo elogia, scambiandolo per manifestazione di genuinità anziché d'ignoranza. Ce ne dobbiamo preoccupare? Secondo alcuni no: il progresso tecnologico cambia il linguaggio, lo abbrevia, lo globalizza. È (sarebbe) una strada senza ritorno. Secondo altri sì: questo progresso snatura la storia, la tradizione, le radici. Va fermato o almeno attenuato. O valutato per quello che è, ovvero rendendosi conto che accade e non invece ignorandolo acriticamente. Hanno ragione i secondi, ma temo che prevarranno i primi. Temo che prevarrà quel minimalismo lessicale e colloquiale che sembra ottenere sempre di più il massimo del consenso. Perché raggiunge il risultato più alto con lo sforzo meno impegnativo: che cosa chiedere di più?

Max Lodi

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