Mercoledì 07 Aprile 2010

Bipolarismo, radicalismi e astensioni


Molti commentatori interpretano il risultato delle elezioni regionali come il naturale proseguimento di un'egemonia del centrodestra che, salvo un paio di eccezioni, dura in pratica dal '94, quando Berlusconi decise di scendere in campo, sdoganò il Msi, si alleò con il Ccd di Casini, strinse l'alleanza con la Lega. Fattore determinante del successo fu il passaggio al sistema elettorale maggioritario, che avviò il sistema bipolare. Proprio questo bipolarismo viene indicato come il filo che ha congiunto l'intera avventura di Berlusconi e dei suoi alleati. Però le ultime elezioni dicono che i due maggiori partiti, uno a destra e l'altro a sinistra, sono in difficoltà. Forse è altro e non il bipolarismo a fare premio sugli italiani.

Lorenzo Bianchi

L'Italia resta una repubblica politica bipolare, e le recenti forti contrapposizioni preelettorali tra destra e sinistra lo confermano. Non è più, invece, una repubblica a forte connotazione bipartitica. Questa è la novità -peraltro già profilatasi alle europee dell'anno scorso- del voto per le regionali. Il Pdl ha perduto consensi, ma il Pd non ne ha profittato. Il divario tra centrodestra e centrosinistra si è assottigliato, senza però che i benefici siano andati a chi avrebbe potuto guadagnarne in termini di guida dei governatorati. In molti, stufi della politica, non sono andati alle urne: un astensionismo di oltre il 36 per cento non s'era mai verificato. In molti, altrettanto stufi della politica, hanno scelto di non scrivere nulla sulla scheda o di scrivervi in modo che venisse annullata. In molti, stufi  d'una certa politica ma non di tutta la politica, hanno privilegiato o la Lega o i radicalismi di una parte e dell'altra. La Lega continua a essere vista come un partito d'ispirazione progettuale diversa rispetto ai due maggiori, Pdl e Pd; i radicalismi (Di Pietro e Grillo) sono visti come l'ideale antidoto all'idea bipartitica. E i favori nei loro confronti  appaiono in crescita. I più chiari nel lanciare l'allarme d'uno sbocco di tal genere delle elezioni che erano alle porte, furono un mese fa i vescovi. Li s'incolpò d'aver teso una mano al centrodestra in difficoltà, con la scusa di dichiarare non negoziabili alcuni valori. Ma i vescovi segnalarono principalmente la non negoziabilità d'un serio impegno politico. La stessa cosa sostenuta nelle piazze da Di Pietro e da Grillo, che nessuno tacciò di soccorritori del Cavaliere. Anche se Bersani probabilmente lo pensava e magari lo confesserebbe a un vescovo, se gli fosse possibile negoziare la penitenza. Perché sarebbe una penitenza gravosa.

Max Lodi

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