Sabato 19 Settembre 2009

Alla vigilia del summit G20 allarme su lavoro e protezionismo

Roma, 19 set. (Apcom) - Nonostante gli impegni assunti e ribaditi a più riprese, è in un clima di crescenti tensioni protezionistiche che si ritroveranno a confronto i capi di Stato e di governo che il 24 e 25 settembre si riuniranno a Pittsburgh, negli Usa. Proprio per la prima economia avanzata rischia un nuovo scontro commerciale con la Cina, il campione dei giganti emergenti, dopo i dazi di Washington sulle importazioni di pneumatici cinesi. Wto, Ocse e Onu avvertono che il protezionismo è "come sabbia negli ingranaggi della ripresa", mentre un rapporto del centro studi Cepr rileva che dal G20 del novembre 2008 di Washington ad oggi sono state varate oltre 120 misure di questo tipo: come se "ogni tre giorni un governo violasse gli impegni presi". E anche se la congiuntura sembra migliorare, i temi caldi in agenda non mancano. Come la questione di bonus e retribuzioni nelle banche, che ha suscitato scandali tra le opinioni pubbliche e su cui è tornata la cancelliera tedesca Angela Merkel; mentre l'Ue vuole presentarsi con una linea comune. Ma soprattutto è il Lavoro il tema su cui gli elettorati cercheranno rassicurazioni. L'agenzia internazionale sul lavoro delle Nazioni Unite, l'Ilo ha avvertito che quest'anno la crisi rischia di provocare un aumento tra 39 e 61 milioni sul numero di disoccupati, rispetto ai livelli del 2007. In questo modo si rischia un totale di 241 milioni di disoccupati, un nuovo record negativo. I piani anti crisi del G20 dovrebbero salvare fino a 11 milioni di posti di lavoro, ma proprio per questo bisogna "evitare di rimuoverli troppo presto", ha avvertito l'Ilo. E la questione del commercio internazionale è legata a doppio filo con il tema del lavoro. Da un lato, da anni e ancor più dopo l'inizio della crisi gli economisti avvertono che la libertà degli scambi è essenziale per sostenere la crescita economica, e in questo modo anche la creazione di occupazione, specialmente nelle economie più povere. Dall'altro ci sono le pressioni dei settori protetti delle varie economie, come l'agricoltura nei paesi avanzati ma anche diversi comparti dell'industria o dei servizi nei paesi emergenti. In più, un fattore problematico sul commercio sono gli stesi piani antri crisi. Fondi pubblici per sostenere l'economia messi in campo dai governi, che tuttavia poi subiscono le pressioni di tutte quelle parti e dello stesso elettorato che, non senza ragioni, pretendono che gli aiuti pagati con i soldi del contribuente vadano a alimentare l'economia nazionale, e non finiscano per disperdersi in altri paesi. Mesi or sono la clausola "buy american" voluta dall'amministrazione Obama aveva suscitato forti critiche, dalla Cina e non solo. Tuttavia successivamente Pechino ha adottato misure del tutto simili, senza suscitare altrettanti commenti. In un rapporto congiunto pubblicato questa settimana dall'organizzazione mondiale del commercio, o Wto, assieme a Ocse e Unctad, un altro ente dell'Onu, viene rilevato che le maggiori economie mondiali sono riuscite a scongiurare l'esplosione di un'ondata di neo protezionismi commerciali su vasta scala. Tuttavia gli episodi di nuovi dazi o barriere non mancano ed è "come sabbia negli ingranaggi del commercio internazionale, che rischia di ritardare la ripresa globale", avvertono le tre organizzazioni. Più critiche le valutazioni di un rapporto sullo stesso tema curato dal Centre for Economic Policy Research, o Cepr, un centro studi europeo. "Il mostro del protezionismo non dà segnali di cedimento - recita la seconda edizione del Global Trade Alert - in ognuno dei due primi trimestre del 2009 sono state assunte circa 70 misura dannose, e praticamente tutti i paesi ne sono stati danneggiati. In rampa di lancio ci sono altri sei mesi di misure protezionistiche". Ad oggi "sono state adottate almeno 121 misure protezionistiche", dopo gli impegni a contrastarle assunti dal G20 del novembre 2008 di Washington, ribaditi al G20 di Londra ad aprile. Questo equivale al fatto che "ogni tre giorni un governo del G20 rompe gli impegni", ha affermato il curatore dello studio, il professor Simon Evenett, che insegna commercio internazionale presso l'università St. Gallen, in Svizzera.

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