Venerdì 11 Marzo 2011

Giappone/ Piani emergenza e edilizia antisismica limitano danni

Roma, 11 mar. (TMNews) - In qualsiasi paese d'Europa, Italia compresa, un terremoto come quello da quasi nove gradi Richter che ha colpito il Giappone avrebbe assunto le dimensioni di una catastrofe biblica: centinaia di migliaia di morti, infrastrutture azzerate, la quasi totalità degli edifici crollati. Nell'arcipelago del Sol Levante, invece, i danni e le vittime del sisma vero e proprio sono stati relativamente contenuti. Morti e disastri si sono avuti invece principalmente a causa dello "tsunami", la gigantesca ondata che in genere segue ad eventi del genere quando si verificano sul fondale oceanico (si ricordino le conseguenze dello tsunami del dicembre 2004, dopo un terremoto di grado 9,3 al largo dell'Indonesia: più di 230mila morti, in una quindicina di paesi, dall'Oceano indiano all'Africa). In Giappone, di fronte a un evento non di molto inferiore per le energie messe in gioco, i danni, pur gravissimi, appaiono assai più limitati. Il segreto sta essenzialmente in due fattori. In primo luogo, un sistema d'allarme tsunami efficiente, con piani d'evacuazione ben studiati e - soprattutto - una popolazione ben preparata e disciplinatamente pronta ad adeguarsi. E poi, per quanto riguarda il potere distruttivo del terremoto vero e proprio, un'edilizia da sempre pensata per accogliere criteri antisismici sempre più aggiornati ed efficienti. Per il Giappone quest'ultima si è rivelata una necessità, da quando, nella seconda metà dell'Ottocento, con l'arrivo degli "stranieri" il paese si è modernizzato passando da un'edilizia composta essenzialmente da leggeri edifici in legno (per i quali i rischi erano più gli incendi che i terremoti) a costruzioni simili a quelle occidentali. I segreti dell'edilizia antisismica sono abbastanza semplici. Le fondamenta degli edifici vengono costruite impiegando "cuscinetti" composti di materiali che assorbono parte dell'energia sviluppata dal terremoto, trasmettendone soltanto una frazione alla struttura soprastante. Poi, l'impiego di acciai più flessibili del normale per realizzare le costruzioni in cemento armato. In questo modo, l'edificio attraversato dalla scossa di terremoto si mette a vibrare oscillando nel verso dell'onda sismica, ma (a meno di un'evento dalla portata eccezionale) non si spezza crollando su se stesso come un castello di carte. Infine, l'accorgimento di avvolgere le strutture murarie in una rete in fibre metalliche o fibra di carbonio: questo impedisce che se ne stacchino frammenti in grado di provocare danni alle persone. Si tratta di sistemi ben noti, che le imprese costruttrici moderne conoscono benissimo. Perché non si applicano universalmente? Per il solito motivo: utilizzarle fa crescere, e di molto, il costo degli edifici, e di conseguenza in moltissimi casi ne renderebbe antieconomica la realizzazione. Per cui, di volta in volta si scelgono compromessi, a seconda del maggiore o minore "rischio sismico" (cioè tendenza a subire terremoti) delle zone interessate. L'Italia, per via della struttura geologica del suo territorio, è un paese a elevato rischio sismico: lo sappiamo bene. Ed è anche uno dei paesi nei quali le tecnologie antisismiche sono state meglio studiate. Siamo tanto avanti - nella teoria - che persino dal Giappone vennero a studiare, per esempio, la piattaforma vibrante realizzata a suo tempo dall'Ismes (istituto all'avanguardia in questo genere di ricerche) per mettere a punto nuovi criteri di costruzione resistenti ai terremoti. Poi, tornati al paese loro, i giapponesi quei criteri li hanno applicati. Da noi, forse c'è stato qualche ritardo.

fus

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