Lunedì 14 Giugno 2010

Rock: sì, sopravvivere è tutto
Currie va alla «grande guerra»

COMO Dopo quasi trent'anni di carriera -venti dei quali come voce e volto dei Del Amitri, il più grande e insieme il più sottovalutato dei gruppi usciti da quella vera e propria fucina di talenti che fu la Glasgow degli anni Ottanta- per il 46enne Justin Currie è arrivato il momento di tirare le somme e di tracciare i bilanci. Cosa rimane dopo tre decenni di musica rock ad altissimo livello, una manciata di dischi sempre al di sopra della media e centinaia di testi mai banali e anzi sempre graffianti, incisivi e non privi di autentica poesia? La risposta è contenuta in una frase lapidaria situata all'inizio di The Fight To Be Human, una lunga ballata di oltre otto minuti che costituisce il pannello centrale del nuovo disco di Currie, The Great War, pubblicato nelle scorse settimane dalla storica e gloriosa etichetta Ryko: "It's All Trash Anyway". Il che è come dire: niente, spazzatura, melodie da fischiettare e ritornelli da canticchiare, piccole cose senza valore nel grande barnum del music business, realtà irreali che si dispongono a margine di altre realtà apparentemente più grandi e "reali" ma in ultima analisi non meno irreali e immaginarie.
Se dunque il sogno di cambiare il mondo con la musica è ormai un vecchiume da soffitta, rimane comunque il gusto per la musica stessa, che nel caso specifico di Currie si unisce a un talento e a doti interpretative davvero fuori dal comune. La "grande guerra" per cambiare il mondo con le sette note è finita, ma la sconfitta può risultare meno indolore se le sette note possono comunque formare la base a partire dalla quale costruire brani che con le loro sonorità, le loro melodie e il loro impatto aiutano a trascendere la dimensione prosaica della vita. Se poi il tutto avviene all'insegna dell'ironia, come accade in The Great War, allora l'alchimia è perfetta.
L'ironia, per Justin Currie, significa soprattutto la capacità di giocare con i luoghi comuni del rock'n'roll e con lo stereotipo dell'artista maudit, non mancando di trascinare nel gioco anche la propria persona e la propria immagine pubblica in quanto artista. Ecco allora che l'eterna battaglia tra i sessi (la "grande guerra" del titolo possiede anche questo significato) viene differita in una terra di nessuno tra il grottesco, il surreale e il puro nonsense in brani come Can't Let Go Of Her Now, Anywhere I'm Away From You e As Long As You Don't Come Back, dove Currie sfrutta le assonanze dell'inglese per mettere alla berlina in maniera divertente e divertita il luogo comune per eccellenza: l'immancabile e lacrimevole canzone d'amore che gronda retorica da tutti i pori. Ci sono poi i luoghi comuni del linguaggio quotidiano, e allora You'll Never Walk Alone (inno del Liverpool Football Club ormai diventato uno slogan a buon mercato) subisce un rovesciamento semantico e diventa You'll Always Walk Alone, con la differenza che a "camminare da sola" non è una compagine di pedatori onusti di gloria ma una "lei" sedotta e abbandonata dal bastardello di turno. E infine lo stereotipo più duro a morire, quello dell'artista maledetto: Currie lo affronta in quello che con ogni probabilità è il brano più bello del disco, Ready To Be (quattro minuti da vero manuale del rock), lo porta al parossismo e lo riduce letteralmente in frantumi. "It's All Trash Anyway": arrivati alla fine delle undici tracce di The Great War si avverte un acre sentore di nulla. Non ci sono davvero vie d'uscita? L'ironia è l'unica arma rimasta? In fondo lo diceva già il poeta: se vincere è impossibile, sopravvivere è tutto.
Mattia Mantovani

 

a.cavalcanti

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