Lunedì 11 Gennaio 2010

Mai una nota davvero stonata
nel canzoniere di Hitchcock

COMO Fortuna che nel rock non sia consuetudine dedicarsi con attenzione filologica alle discografie. Altrimenti, stare dietro a Robyn Hitchcock diventerebbe una dannazione per gli studiosi. Riletture, demo che diventano dischi, live pubblicati per minuscole etichette, brani che in un’edizione saltano rispetto alla precedente. Un insieme shakerato all’insegna della poca considerazione che il folk singer di Cambridge ha sempre dimostrato nei confronti delle logiche di marketing. Un Maverick della discografia, in pieno stile britannico. Lo stesso dicasi per le sue esibizioni dal vivo, capaci di spuntare da un giorno all’altro, come successo più volte negli ultimi anni a Milano (l’ultima a novembre). E la cosa gli riesce bene, solitamente. È difficile, da tempo ormai, trovare una nota stonata nel canzoniere di Hitchcock. Gli è riuscito anche con questa ultima sortita, che pure di insidie poteva nasconderne parecchie: partire per gli Stati Uniti con l’idea di rileggere dal vivo un caposaldo dei suoi inizi, I Often Dream Of Trains, opera mista tra il visionario e il burlesque. Per poi pubblicarne una doppia versione, audio e video (ne esiste anche una versione deluxe con qualche sorpresa), per i tipi della Yep Roc, ultima incarnazione, forse la più affine per indole al temperamento di Hitchcock. Indie, raffinata e senza strepiti.
L’album, qui ribattezzato I Often Dream Of Trains In New York, fu quello della consacrazione solista: smessi i panni dei Soft Boys, Hitchcock aveva già dato alle stampe Black Snake Diamond Role e Groovy Decay, il primo acclamato, il secondo considerato un mezzo misfatto. Dopo venticinque anni quell’album presenta un’attualità impressionante, non ci sono rivoluzioni epocali nella rilettura ma una maggiore consapevolezza sì. Assumono rilievo le attese, i momenti di vuoto, che a punk appena sepolto erano ancora considerati momenti morti. L’anima da giocoliere è intatta, anzi, diventa sempre più efficace in quell’atteggiamento da funambolo che Hitchcock tiene nei suoi concerti e qui emerge già dal suo ingresso sul palco, mentre sul pianoforte "suona" un registratore a cassette che rimanda una distorta versione di Sometimes I Wish I Was A Preatty Girl. Poi, Nocturne, in totale solitudine al pianoforte. Un paio di brani e subito arrivano le armonizzazioni vocali di Uncorrected Personality Traits, una versione quasi completamente a cappella in cui il gioco semantico tra testo e interpretazione si fa serrato eppure godibile. Pronti, ci si può distendere in poltrona (o sul divano) con I Used To Say I Love You, carezzato dall’estro di Hitchcock nel condurre una ballad, anche quando gioca al rialzo con quelle misurate impennate vocali che si portano dietro al melodia del brano. It Sounds Great When You’re Dead mantiene quell’altalena emotiva tra un bridge da folk song, un testo ironico e a tratti macabro e le scure punteggiature dei bassi sul pianoforte. Winter Love evoca atmosfere gotiche, non cupe, tagliate dal suono della chitarra elettrica che fa da controparte a una spoken word in cui Hitchcock scende fino a sfruttare una timbrica insolitamente grave per lui. Passa la metà della scaletta ed ecco la parte più intima e visionaria, sebbene con un piglio piuttosto descrittivo: Trams Of Old London, My Favourite Buildings e I Often Dream Of Trains, basterebbero i titoli a comporre un trittico di scatti d’epoca vittoriana. La prima con l’indolenza di una dedica, la seconda con l’andamento scanzonato di un ballabile, la title-track con il suo incedere ipnotico. A chi va, ora, può spegnere la fantasia, accendere il lettore dvd e rivedere tutto alla luce…delle telecamere.
Andrea Di Gennaro

a.cavalcanti

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