Lavoro sempre più precario. E solo a tempo determinato

L’analisi Cgil sui dati Istat rivelano un quadro difficile in provincia

Precarietà e senza differenze anagrafiche. Dopo aver imparato a convivere con la resilienza dei due anni di Covid, è questo il nuovo vocabolo con cui gli italiani, se ancora non l’hanno fatto, devono imparare a prendere confidenza. Precarietà contraddistingue infatti la nuova realtà del mondo del lavoro.

Lo ha certificato l’Istat nei giorni scorsi indicando un numero di contratti a tempo determinato che non aveva uguali dal 1977, lo conferma l’elaborazione statistica dei dati curata dal Centro studi della Cgil di Sondrio, secondo cui meno di un nuovo contratto su dieci è a tempo indeterminato, un rapporto di lavoro su quattro è durato meno di un mese e quasi la metà delle assunzioni ha garantito un posto per meno di novanta giorni. I cosiddetti mini contratti di cui ha parlato anche il ministro Andrea Orlando in un question time al Senato mostrando non poca preoccupazione. Insomma, niente di cui sorridere.

In provincia di Sondrio, come già rilevato recentemente, dopo il primo anno di pandemia sono aumentati i posti di lavoro, visto che nel 2021 ci sono state 34.528 attivazioni e 29.247 cessazioni (di cui il 65,1% per scadenza del termine e il 21,8% per dimissioni), con un importante saldo positivo di 5.281 unità. Nel 50,2% dei casi si tratta di donne, nel 49,8 % di uomini. Il 48,8% delle attivazioni ha riguardato under 35.

Per quanto riguarda le competenze, solo nel 15,7% dei casi sono elevate, nel 60,8% medie e nel 23,6% basse. Le attivazioni sono relative al settore turistico ricettivo (36,8%), a istruzione e sanità (15,3%), al commercio (9,2%), ai servizi (7,4%), all’agricoltura (7,2%), all’industria (7,1%) e alle costruzioni (5,5%).

Numeri positivi dunque se non fosse che il 67,3% dei contratti è a tempo determinato e solo l’8,8% a tempo indeterminato.

«Provvisorio, incerto, insicuro, senza garanzie di continuità, spesso anche pagato meno del dovuto questa è la realtà del lavoro in provincia di Sondrio», commenta Guglielmo Zamboni, segretario provinciale della Cgil.

Le percentuali relative ai rapporti cessati - che come anticipato sono 29.247 - parlano chiaro: il 24,5% è durato meno di un mese, il 22,5% da 31 a 90 giorni, il 16,6% da 91 a 180 giorni e il 17,4% tra sei mesi e un anno. Solo il 19% delle cessazioni è relativo a rapporti di lavoro con una durata superiore a un anno. Quindi un lavoro su quattro è durato meno di un mese e quasi la metà (46,9%) meno di tre mesi. Percentuali che riflettono sia la situazione maschile, sia quella femminile, dove il fenomeno è più accentuato.

«Evidentemente sull’occupazione femminile la precarietà incide di più – aggiunge Zamboni - e si affianca a tutti i fenomeni negativi che da tempo la nostra organizzazione denuncia» e che riguardano sia la vita lavorativa che la successiva pensione. Le differenze tra i generi riguardano anche i settori. Quelli più vivaci, oltre al turistico-ricettivo, per le donne sono scuola, sanità e commercio, mentre per gli uomini sono costruzioni e industria. È bene rilevare che il divario di genere sarebbe stato ancora più ampio senza le assunzioni avvenute nella scuola, nella sanità e nella pubblica amministrazione. A livello di età, invece, non si percepiscono particolari differenze.

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