Carne sequestrata:
"Si facciano i nomi"

Gianfranco Raschi, di Adiconsum Sondrio: «Francamente non riesco a capire perché in casi come questi non vengano diffusi i nomi delle aziende interessate dalle indagini. Non farlo rischia di mettere tutti nello stesso calderone» - Il salumificio Panzeri di Piuro: «La società è totalmente estranea all’indagine»

Carne sequestrata: "Si facciano i nomi"
«Francamente non riesco a capire perché in casi come questi non vengano diffusi i nomi delle aziende interessate dalle indagini. Non farlo rischia di mettere tutti nello stesso calderone, facendo un’evidente ingiustizia nei confronti di tutti i produttori che hanno sempre agito con il massimo rigore».
È il primo commento a caldo Gianfranco Raschi, di Adiconsum Sondrio, sulla vicenda della carne proveniente dall’Uruguay e destinata alla produzione di bresaola posta sotto sequestro da parte degli ispettori del ministero per le Politiche Agricole. Va precisato che il sequestro è stato effettuato nel Milanese all’interno della sede di una ditta che importa e lavora le carni bovine. A carico dell’azienda valchiavennasca coinvolta nella vicenda non c’è nessuna accusa. Anzi, dalle notizia trapelate nei giorni scorsi, non risulterebbe nemmeno alcun atteggiamento di complicità nei confronti dell’importatore. La carne avariata, rimpacchettata, è stata rispedita al mittente.
«In un caso di questo tipo però dovrebbe essere lecito pretendere che l’imprenditore si rivolga immediatamente alle forze dell’ordine - ancora Raschi -. Non dimentichiamo che la bresaola, soprattutto quella con la denominazione Igp, è uno dei prodotti di punta dell’industria valtellinese e che pertanto va tutelato in tutti i modi».
La vicenda, in ogni caso, ha rinfocolato le polemiche sull’utilizzo di carne sudamericana per la produzione del più tipico dei prodotti della Valtellina. «Nel 2009 sono più che triplicate (+355 %) le importazioni in Italia di carne bovina dall’Uruguay, che sono in gran parte destinate alla produzione di bresaola della Valtellina». È quanto afferma la Coldiretti, sulla base di una analisi dei dati Istat relativi al primo bimestre dell’anno. La stessa Unione europea, continua l’organizzazione agricola, «ha avanzato seri dubbi sulla qualità della carne importata dai paesi del Sudamerica». «L’uso strumentale di una denominazione di grande eco come la bresaola per giustificare importazioni a basso costo ed elevato rischio sanitario è - continua la Coldiretti - un grave attentato ai veri interessi dell’agricoltura italiana e dei suoi imprenditori a vantaggio del falso Made in Italy. Per questo è necessario estendere a tutti i prodotti l’obbligo di indicare la provenienza della materia prima impiegata per consentire scelte di acquisto consapevoli ai consumatori».
Con un comunicato, il Consorzio per la tutela del nome Bresaola Valtellina, non solo ribadisce che nessuna bresaola con carne scaduta sia stato immesso sul mercato, ma precisa anche che la qualità delle carni è sottoposta a rigidi controlli al suo ingresso nell’Unione europea. Il Consorzio sta però monitorando la situazione e, se per ora non ci sarebbero gli estremi per alcuna sanzione, le stesse saranno adottate nel caso di «accertamento di oggettive responsabilità».
«In merito alla notizia del coinvolgimento di un’azienda valchiavennasca nel sequestro di carne avariata destinata alla produzione di bresaole, si precisa che la società Salumificio Panzeri, con sede a Piuro, non ha nulla a che vedere con questa vicenda» si legge infine in una nota a firma di Nicolò Panzeri. «La società che rappresento, pur operando nel medesimo settore e nella stessa zona in cui lavora l’azienda finita nel mirino dei controlli degli ispettori del ministero delle Politiche Agricole, è quindi da ritenersi totalmente estranea all’indagine».

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