Lunedì 13 Giugno 2011

Confortola in cima al K2:
in un libro l'altra "verità"

VALFURVA Uscirà martedì prossimo nelle librerie italiane "No Way Down", il libro del giornalista del New York Times Graham Bowley - edito in Italia dalla Mondadori - sulla drammatica spedizione del 2008 sul K2 nella quale morirono undici persone. Unico testimone di quella tragica vicenda - che gli costò l'amputazione delle dita dei piedi - è l'alpinista valtellinese Marco Confortola, intervistato da Bowley, che per scrivere il suo libro è venuto a trovarlo a Valfurva.
Dopo avere ascoltato il racconto dell'alpinista, il giornalista del New York Times lo ha messo a confronto con le testimonianze dei famigliari degli altri protagonisti, in particolare di Gerard "Jesus" McDonnell, uno degli undici caduti. Non per sposare una verità a favore dell'altra, o viceversa. Ma per raccogliere tutte le voci sulla tragedia. «Marco è l'unico testimone diretto e dunque una fonte preziosa per la verità» racconta Bowley a Massimo Lopes Pegna in un'intervista pubblicata sul numero in edicola di "SportWeek", il settimanale della Gazzetta dello Sport. «Ma - continua - io ho voluto scrivere anche la tesi dei parenti dell'irlandese e della sua fidanzata, Annie, un'americana che vive in Alaska. Lei è convinta che sia stato Marco ad abbandonare il compagno e i coreani. Io - spiega il giornalista americano presente alle esequie dell'irlandese - ho preferito lasciare al lettori il compito di decidere a che cosa credere».
Marco, nella sua casa in Alta Valle, dove si trova in convalescenza dopo il brutto infortunio di marzo sulle piste da sci che gli è costato un'operazione di urgenza alla testa per asportare un ematoma e la rinuncia della spedizione già programmata sul Dhaulagiri, si dice «sereno» per l'uscita del libro che lo fa tornare indietro a quel 2 agosto di tre anni fa, quando sulla seconda montagna più alta del mondo si è consumata la più grande tragedia alpinistica degli ultimi anni. «Quello che avevo da dire l'ho detto - spiega l'alpinista valtellinese, che lo scorso 22 maggio ha compiuto 40 anni -. Io sul K2 c'ero, gli altri no». Confortola, che ha letto in inglese la bozza del libro due mesi fa e dice di non uscire male dalla ricostruzione fatta dal giornalista, non nasconde il fastidio nel sentire parlare di «altre» verità. «Come dopo la spedizione del 1954 al K2 si è continuato per 50 anni a tenere vive le polemiche, anche in questo caso mi sembra che si voglia alimentare il dibattito per poterne continuare a scrivere e a parlare. Io ripeto che sul K2 c'ero e ho perso le dita dei piedi. Purtroppo, ho la sensazione che su questa tragedia siano esplose tanta invidia e tanta cattiveria. Forse, qualcuno avrebbe preferito che neanche io tornassi dal K2. Per qualcuno - dice con durezza - il mio sbaglio è stato lottare per sopravvivere».
Confortola critica anche le parole dello sherpa che lo ha soccorso e portato in salvo al Campo 4, Pemba Gyalje, pronunciate nell'intervista pubblicata sul sito del settimanale sportivo, www.sportweek.it. Nel video, realizzato a Katmandu, il portatore racconta ai quattro alpinisti Simone Moro, Emilio Previtali, Hervé Barmasse e Tamara Lunger di non voler dire tutto quello che sa per non causare dispiacere alle famiglie di coloro che hanno partecipato alla drammatica spedizione, ma parla anche di mancanza di esperienza da parte dei partecipanti e di equipaggiamenti sbagliati. «Nel mio libro "Giorni di ghiaccio" ho ringraziato pubblicamente Pemba Gyalje per quello che ha fatto, non capisco perché dica quelle cose - commenta l'alpinista valtellinese -. Più che altro mi dispiace che a raccogliere quell'intervista siano stati alpinisti che, come Moro, non sono mai stati sul K2. Non accetto rimproveri da chi non è mai stato su quella cima. Io, fino a prova contraria, sono stato ad oggi l'ultimo alpinista a salire e a scendere vivo dal K2». Nel libro in uscita la prossima settimana Bowley non arriva a una conclusione sulla tragedia del K2. Quello che riporta sono soltanto impressioni che gli derivano dall'essere entrato nella vicenda, con gli strumenti e lo sguardo attento del cronista. «Credo - dice al giornalista che lo ha intervistato per "SportWeek" - che arrampicarsi in 30 come fecero quel giorno fu un grave errore. Pensavano di essere più forti e invece erano semplicemente troppo lenti. Forse avrebbero dovuto tornare indietro».
Michela Nava

l.begalli

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