Venerdì 01 Aprile 2011

Inferno in famiglia:
orrore a Livigno

LIVIGNO La moglie ne parla con la consapevolezza di chi sa di aver vissuto in un vero e proprio inferno, l'opposto quindi di quello che dovrebbe essere il clima che si respira in una famiglia. Per la figlia, invece, quelle botte, le minacce, le ingiurie e le scene di ordinaria follia che è stata costretta a subire assieme alla madre e ai suoi fratelli, erano la quotidianità. Erano «cose normali», insomma.
Ed è proprio il racconto della figlia che all'epoca dei fatti aveva 15 anni, a dare la dimensione di come quella famiglia di emigrati dal Sud a Livigno abbia vissuto anni di terrore per colpa di un padre-padrone graziato dall'indulto ma condannato dalla dipendenza dell'alcol.
Racconti davvero toccanti ieri in aula davanti al giudice Antonio De Rosa durante il processo - ormai alle battute finali - a carico di G. S. (del '54 originario di Taranto ma residente in provincia di Matera), accusato di un'infinità di reati (per sedici quelli descritti nel capo di imputazione) commessi a Livigno tra il 2005 e il 2006, reati che vanno dai maltrattamenti nei confronti della moglie e dei tre figli (all'epoca di 17, 15 e 6 anni), alla violazione degli arresti domiciliari, dalle ingiurie alle minacce, dal danneggiamento alle lesioni personali sempre nei confronti dei suoi familiari.
«Papà beveva e quando era così ci obbligava a fare cose fuori di testa», ha raccontato la figlia al giudice, confermando così il contenuto delle querele che la madre, stanca di tutte quelle angherie, ha presentato a più riprese ai carabinieri di Livigno.
«E' capitato che mio marito costringesse nostro figlio quindicenne a farsi la barba a mezzanotte - è il racconto dell'orrore fatto ieri in aula -, oppure gli ha preso lo stipendio che quel giorno aveva ritirato e glielo ha bruciato sotto gli occhi: 800 euro andati in fumo. A volte mi rincorreva con un coltello, solo perché non mi ero concessa a lui. A volte se la prendeva con la figlia: le ha rotto il cellulare, le ha dato uno schiaffo... Insomma - ha continuato la donna -, quando beveva ne aveva per tutti».
La moglie ha dovuto ricorrere alle cure dell'ospedale perché il marito l'aveva gonfiata di botte ("tumefazione alla regione parietale destra", recita il referto stilato dai medici di Livigno che le hanno riscontrato una prognosi di tre giorni). Un'altra volta, invece, è toccato alla figlia assaggiare i suoi ceffoni. Ma è prevalentemente con la consorte - "rea" a suo dire di averlo fatto tornare in carcere - che l'uomo se la prendeva, arrivando al punto di strattonarla sul luogo di lavoro anche davanti ad altre persone, apostrofandola in malo modo e minacciandola di morte.
L'incubo per la famiglia iniziò nel 2004 quando l'uomo si trasferì a Livigno, agli arresti domiciliari per scontare una pena inflitta dal Tribunale di Sorveglianza di Roma nel 2002. C'è da rabbrividire al pensiero di quello che devono avere sopportato i suoi ad averlo a casa tutti quei mesi... Nel marzo del 2005 fu di nuovo arrestato per evasione, ma grazie all'indulto, tornò a casa.
«E fino al settembre del 2006 abbiamo vissuto con i carabinieri sempre alla porta perché mio marito - ha raccontato ancora la moglie - dava di matto».
E l'udienza è stata aggiornata proprio per acquisire quei verbali stilati dai militari che spesso venivano chiamati dalla moglie dell'imputato, «a volte solo perché lui mi diceva di chiamarli per il puro gusto di farli correre e di prenderli in giro... mi diceva: "chiamali, va, che ho voglia di divertirmi un po' questa sera"».

l.begalli

© riproduzione riservata