Domenica 20 Marzo 2011

Da Fontana a Beuys
Mostra all'arengario

Monza - Non è una mostra personale né una collettiva. A ben guardare non si tratta nemmeno di un'antologica e per lo più non è la declinazione di una parola, di un'idea, di uno scorcio storico-artistico e nemmeno dell'affresco di una corrente, un movimento, una scuola. Così come non sarà il mezzo – pittura o fotografia, installazione, video o scultura – a essere determinante: è tutto questo, e qualcosa di più. Si chiama “Prima che il gallo canti” ed è la mostra che sarà inaugurata sabato 19 marzo al palazzo dell'Arengario per restare aperta fino alla fine di maggio: l'uomo e lo spazio che abita sono l'unica chiave di lettura. Il suo rapporto con l'ambiente letto come habitat: terra o città, palazzo o isola, urbanizzazioni o incontaminazioni, attraverso le opere di una quarantina di artisti internazionali, create tra il 1930 e il 1980, che hanno saputo interpretare e anticipare nel secolo appena concluso le relazioni critiche tra il mondo occidentale e la natura, i temi fondamentali dello sviluppo e della sostenibilità con cui ormai non è più possibile non confrontarsi. “Prima che il gallo canti”, appunto: un ultimo appello che l'arte aveva già scritto da tempo e che la mostra pronuncia.

«“Prima che il gallo canti” si articola in sette diversi atti – hanno scritto i curatori Daniele Astrologo Abadal, Raffaele Bedarida e Ruggero Montrasio - ciascuno dei quali affronta un determinato periodo storico secondo uno sviluppo cronologico che ha inizio negli anni Trenta e termina con interventi ambientali tuttora presenti. Ogni atto si qualifica per una coerenza estetica che può essere data dalla predilezione per una certa iconografia, formula espressiva o approccio creativo. Così se l'atto primo vede gli artisti interessati al tema del bestiario nelle sue soluzioni plastiche in ceramica o in terracotta, l'atto terzo ha come protagonisti i pionieri della Land art o più in generale coloro che intervengono direttamente nel cuore della natura più appartata ed incontaminata», lavori «documentati da fotografie, filmati, progetti e plastici in scala».

Il primo atto è il “Bestiario” di Fancello, Fontana, Marini, Martini e Melotti, sculture realizzate nel terzo e nel quarto decennio del Novecento per rappresentare un universo zoomorfo in cui «la mano dell'uomo ha presa diretta sulla formazione della materia e dà corpo al bestiario senza venir meno alle leggi fisiche che disciplinano i processi naturali». Tagli, combustioni, elementi eterogenei rispetto alla tradizione pittorica – come il contone di Manzoni o le colle di Burri - sono invece il contesto di “Materia prima”, il secondo atto, dove, «gesti e scelte a tutta prima radicali, non inclini al compromesso e al dialogo, mostrano di comprendere a fondo la terra, nobilitandola in nome di soluzioni formali di ascendenza classica». Un percorso che prosegue nel terzo atto (“Viaggio nella natura”), che affida ad autori come Chighine e Morlotti la riscoperta della pittura nei primi anni Cinquanta «in nome della materia, della luce e del colore ispirati» appunto alla natura: «La tela non è più il luogo deputato alla rappresentazione di un paesaggio ma diviene essa stessa campo di verifica di un certo vissuto nel paesaggio».

Finché negli anni Sessanta l'arte non si sposta direttamente dentro la natura, con un procedimento analogo e opposto: la fase raccontata dal quarto atto, “Miti contemporanei”, quando gli autori fuggono «dal mondo artificiale del consumo e del progresso», dando corpo a interventi spesso effimeri la cui sola testimonianza sono poi fotografie e progetti: nell'immaginario diffuso, il lavoro di Christo e Jeanne-Claude. Proprio quel rapporto tra l'arte e la sua testimonianza, e la difficoltà del linguaggio a trasmetterle, restano temi centrali ed esplosi nel quinto atto (“Sistemi incongruenti”) che ripercorre alcune esperienze degli anni Settanta, da Beuys a De Dominicis, quando la natura è il territorio di indagine dell'arte attraverso audiovisivi e registrazioni sonore così come «il corpo umano e gli oggetti del quotidiano, senza rinunciare alla vena corrosiva o a quell'atteggiamento critico fatto per risvegliare la coscienza collettiva». E poi i tre artisti in cui «emerge con forza il conflitto culturale dell'occidente con la propria incapacità di avere un contatto con l'ambiente in cui vive», ovvero Matta-Clark, Mendieta e Pascali, con i cui “Percorsi estremi” il viaggio arriva al sesto atto.

La conclusione è affidata ai libri d'artista, un genere autonomo sviluppato dagli anni Sessanta raccogliendo e moltiplicando le eredità delle invenzioni editoriali del primo Novecento in cui il rapporto tra immagine e parola, o la stessa struttura del volume, tracciano «l'orizzonte di una ricerca d'ampio respiro» che – nel caso della sezione “In medias res”, ovvero il settimo e ultimo atto di “Prima che il gallo canti” - racconta «un particolare sguardo verso l'ambiente nelle sue declinazioni urbane e naturali». Chi poi volesse regalarsi un “fuori salone” rispetto alla mostra e scoprire una monumentale lettura artistica del rapporto tra uomo e natura, non dovrà fare altro che andare al parco per vedere la “Voliera per umani” che Giuliano Mauri ha realizzato nel 2006, una delle ultime opere di architettura vegetale dell'autore lodigiano scomparso nel 2009.
Massimiliano Rossin

m.rossin

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