Mercoledì 23 Febbraio 2011

Storia: Shakespeare,
l'inglese di... Valtellina

Chi navighi in internet e cerchi sotto Shakespeare italiano troverà articoli in cui, con o senza punti interrogativi, il tragediografo inglese diventa siciliano, più precisamente messinese, oppure valtellinese. Alla questione è stato dedicato anche un servizio nella trasmissione «Voyager» dell'11 febbraio dell'anno scorso su Rai2, aggiungendo confusione a confusione. Meno male che il conduttore, in chiusura, ha parlato di un gioco. Nel 1979 cominciai ad occuparmi della questione, volendo appurare quando e dove fosse partita una cosa del genere. E così trovai che nel 1921 una studentessa americana, Clara Longworth de Chambrun, già quarantottenne, aveva discusso alla Sorbona di Parigi una tesi di laurea in lettere, pubblicata dall'editore Payot, su John Florio, lo scrittore che, a cavallo tra cinque e seicento, fece da tramite tra la cultura italiana e quella inglese. Per prima la Longworth scoprì che molto di quanto di italiano c'è nelle opere di Shakespeare deriva da quelle di Florio.
Costui nacque da Michelagnolo (oggi si preferisce Michelangelo), un frate senese, che, passato alla riforma protestante, fu incarcerato a Roma dall'Inquisizione, riuscì a fuggire, riparando in Inghilterra, dove nacque il figlio John. Poco dopo, nel 1554 lasciò con lui la terra inglese, ritirandosi a Soglio in val Bregaglia a fare il pastore riformato e il notaio. Tutto questo lo traggo da "Apologia", una autobiografia pubblicata nel 1557 da Michelagnolo, che è autore anche di altri libri.
Il figlio John nel 1575 era di nuovo a Londra come insegnante di francese e italiano al collegio Magdalen di Oxford. Anna di Danimarca, moglie del re Giacomo I, lo volle nel 1603 come lettore e insegnante di italiano. È autore di "First fruites" (Primi frutti), "Second fruites" (Secondi frutti), "Garden of recreation" (Giardino di ricreazione) e "World of words" (Mondo di parole), ma soprattutto della traduzione degli "Essays" di Montaigne. Morì di peste nel 1625 nel quartiere londinese di Fulham.
Data la scarsità di notizie certe su Shakespeare, fu facile aggiungere anche il Florio al già nutrito elenco di possibili identificazioni con il drammaturgo inglese. E nel 1927 un giornalista romano, Santi Paladino usciva sul quotidiano "L'impero" del 4 febbraio 1927 con un articolo intitolato "Il grande tragico Shakespeare sarebbe italiano", a cui fece seguire due anni dopo un volumetto presso l'editore Borgia di Reggio Calabria: "Shakespeare sarebbe il (sic!) pseudonimo di un poeta italiano". Rifugiato per motivi religiosi a Londra, Michelagnolo Florio (scambiato per il figlio Giovanni) avrebbe preso il cognome Shakespeare da un agricoltore e commerciante per non incappare nell'Inquisizione.
Riprese l'argomento sette anni dopo un architetto, pittore e medium abitante a Venezia, Luigi Bellotti, il quale, affidandosi alla coincidenza del cognome Shakespeare con Crollalanza (shake spear, cioè crolla lancia), rilasciò a «La Stampa» un'intervista, ripresa il 3 giugno 1936 da «Il popolo valtellinese» di Sondrio, in cui affermava di aver avuto dal drammaturgo «per comunicazione psicografica» alcune pergamene con l'autobiografia firmata William Shakespeare, Michele Agnolo Florio, Guglielmo Crollalanza. Questo, in breve, il contenuto del documento giunto dall'oltretomba, in cui però... stranamente anche l'interessato scambia il suo nome con quello del padre. Egli sarebbe nato come Guglielmo Crollalanza nel 1564 presso Sondrio da genitori protestanti; orfano a 19 anni, avrebbe cambiato cognome in Florio per sfuggire all'Inquisizione e, dopo aver girato per l'Europa, avrebbe raggiunto l'Inghilterra, trovando ospitalità a Stratford presso una famiglia Shakespeare, che aveva tradotto in inglese il cognome Crollalanza. Morto poco dopo il figlio degli Shakespeare, il padre Giovanni avrebbe passato il cognome al Crollalanza-Florio.
A questo punto, per mettere un po' d'ordine, il Paladino, come mi confermò nel 1974 quand'era già avanti negli anni, pubblicò un secondo libretto nel 1955 presso l'editore Mario Gastaldi di Milano: «Un italiano autore delle opere shakespeariane». Rettificò dicendo Guglielmo Florio frate toscano, ma aggiungendo di suo che, abbracciato il protestantesimo, si sarebbe rifugiato in Valtellina confidando nella tolleranza religiosa, ma nel 1549 sarebbe stato costretto a girovagare fino in Sicilia, scrivendo drammi e sonetti. Dalla Grecia si sarebbe recato in Inghilterra, dove ebbe il figlio John. Salita al trono la cattolica Maria Stuart, sarebbe rientrato in Italia, facendo poi ritorno a Londra, dove sarebbe morto nel 1605. Il figlio avrebbe solo aiutato il padre a scrivere le sue opere.
A rispolverare la tesi di uno Shakespeare valtellinese fu il giornalista lombardo Carlo Villa con due libri: nel 1951 "Parigi vale bene una messa!" e dieci anni dopo "Fra donne e drammi". Continuando la confusione tra padre e figlio e con una serie di "novità" senza riscontri documentali, egli afferma che da Giovanni, pastore calvinista, e da Giuditta Crollalanza di Piuro sarebbe nato nel 1556 a Tresivio in Valtellina Michelagnolo Florio in una casa comperata dal padre, arrivato dalla Sicilia. Sarebbe quella oggi indicata come Ca d'Otello, dove avrebbe trovato rifugio il moro Otello al servizio di Venezia dopo l'uccisione della moglie, costruendo "una tradizione" basata sull'omonima opera shakespeariana. Non ancora ventenne Giovanni avrebbe lasciato la valle nella notte di Natale del 1574 dopo l'uccisione del padre in presunte lotte di religione. Finiti gli studi a Venezia e a Padova, nel 1580 sarebbe stato accolto in Inghilterra dal cugino Giovanni Florio, docente a Oxford. A Stratford avrebbe conosciuto i coniugi Mary Arden e John Shakespeare, quest'ultimo cugino della madre, il quale avrebbe tradotto il cognome Crollalanza in Skakespeare, e Michelagnolo avrebbe preso le generalità del figlio defunto della coppia.
Andando a fondo di tutte queste versioni, si scopre che, se l'ipotesi di identificare Skakespeare con il Florio si fonda sull'analisi seria dei testi, quella di farlo nascere in Valtellina si basa sulla fortuita equivalenza dei cognomi Shakespeare e Crollalanza, a cui si aggiunse la Ca d'Otello di Tresivio, traduzione del dialettale "cadotèl", termine vicino a "casotèl" per indicare un edificio rurale. Per sostenere questo si dovette collocare qui un ramo dei Crollalanza di Piuro che invece a Tresivio non è mai esistito. Ora che sono cadute le numerose identificazioni di Shakespeare con vari personaggi, pare resistere l'identificazione con John Florio, anche per le ricerche in ambito universitario. Certo è che la coincidenza dei due cognomi è poca cosa per collegarlo ai Crollallanza e ancor meno con Tresivio. A noi rimane la consolazione che il letterato John Florio, alle cui opere Shakespeare ha certamente attinto (finché non si riuscirà a dimostrare che era lui stesso Shakespeare), visse la fanciullezza con il padre sulle balze di Soglio, da cui si gode una veduta suggestiva anche su parte della Bregaglia chiavennasca.
Guido Scaramellini

l.begalli

© riproduzione riservata