Martedì 28 Settembre 2010

"Rossi non collaborò
nella cava degli orrori"

Le immagini che scorrono sui tre grandi televisori piazzati davanti alla Corte e al pubblico non fanno alcun effetto: cambiano ad ogni lettera dell'alfabeto con le quali sono stati classificati: («Reperto "A", reperto "B"...). Sono frammenti di un tutto irriconoscibile. Ma quando il maresciallo Marcello Armanini si sente incalzare dalle domande su come si presentavano quei resti umani trovati nella cava della Rossi e Graniti di Ardenno quasi sbotta. E allora i brividi corrono giù per la schiena. La madre di Donald - Marilena Santini - si allunga verso quelle fredde immagini, le sue labbra si schiudono in un sibilo di rabbia e lo sguardo va all'imputato: impassibile. Impenetrabile, come sempre.
«Come vuole fosse? Era un pezzo di osso con attaccato della carne e puzzava di cadavere», ha detto ieri in aula al processo in Corte d'Assise per la morte di Donald Sacchetto, il giovane militare che ha seguito per settimane le operazioni di scavo. E non ne parla come di un'operazione di routine, ma di un drammatico compito che ha svolto con tutta la delicatezza possibile. Si trattava di ridare un corpo all'operaio 36 enne che la sera del 16 maggio è scomparso la sera del suo compleanno dalla vista dei sui amici per spuntare, a brandelli, sotto cumuli di sabbia, nella cava degli orrori.
E quasi si arrabbia quando la difesa gli chiede se l'imputato, Simone Rossi, ha aiutato nelle ricerche: «I piccoli resti umani  - il più grande era di 20 centimetri, tutti gli altri stavano in un pacchetto di sigarette - sono stati trovati in una zona molto distante da quella indicata dal Rossi...».
La decima udienza del processo per omicidio di primo grado si è lasciata alle spalle quel sabato sera raccontato dai numerosi testimoni ascoltati sino ad oggi e ha portato tutti - Corte d'Assise, avvocati, magistrati e pubblico - all'interno della cava dei Rossi per tentare di scoprire che cosa sia veramente successo al povero Donald.
Il racconto più toccante, è appunto quello del maresciallo che racconta del sopralluogo del 22 maggio, con Rossi impegnato a depistare gli inquirenti prima sul ponte del Masino poi su quello del Tartano dove a suo dire Donald si sarebbe sparato per poi lasciarsi cadere nel fiume. «Sabato 23 iniziamo le ricerche in cava perché il Rossi si decide a dirci che il corpo di Donald è lì e ci indica un punto preciso. Arrivano i cani della Gdf ma non fiutano nulla. Noi scaviamo, alla presenza sua e del corpo speciale del Sis di Brescia. Ma niente. Il 25 cambiamo zona ma troviamo solo resti cimiteriali. Sospendiamo gli scavi il 26 e il 27. Poi arriva l'unità Cinofila il Quarenghi con il suo cane (il volontario Carlo Domenico deporrà la prossima udienza, ndr) e il 29 ecco sbucare il reperto "A". Da quel momento il Rossi in cava non si è più fatto vedere».
Sette interventi in pochi giorni, ma solo negli ultimi tre vengono trovati i frammenti «e sempre in zone lontane da dove indicava il Rossi».
Il maresciallo racconta - incalzato dal pm Stefano Latorre - come hanno proceduto («foto, misurazione, repertazione e poi via nella busta di plastica e in frigo, naturalmente dopo l'ok del medico legale») e della maestria di Marco Broglio, l'operaio della Rm Scavi "reclutato" dagli inquirenti a bordo della pala meccanica per spostare e setacciare la terra: «Grattava appena appena il terreno con la quella maxi benna per darci modo di verificare con i cani la presenza di eventuali resti... ha spostato centinaia di metri cubi di materiale... Stiamo parlando di un fronte alto due metri per dieci metri di lunghezza».
In aula è sfilato anche l'allora comandante dei vigili del fuoco Filippo Fiorello che ha escluso nel modo più assoluto che nel capannone dove l'imputato afferma di aver dato fuoco al corpo di Donald potesse esserci stato un incendio («non c'erano tracce né a terra, né sul soffitto, né sui vetri tutt'intorno»), mentre Ruggero Bontacchio del reparto investigazioni scientifiche di Brescia racconta di aver repertato tracce di sangue sul tubo di gomma usato dal Rossi per lavare lo scivolo di accesso e di aver rinvenuto nella grata di scolo un bossolo calibro 32. «Nulla è stato trovato sul muletto che ci ha detto di aver usato per spostare il corpo, mentre sul tornio dove il Rossi ci ha detto di aver fuso l'arma abbiamo rinvenuto tracce di metallo fuso».
E di pistole ha parlato anche il maresciallo dei carabinieri del nucleo investigativo di Sondrio Ivan De Cian che ha fatto ricerche attraverso i tabulati telefonici. Confrontando numeri e "scandagliando" messaggi in entrata e uscita ha scoperto che il Rossi ha avuto contatti con due persone che con le armi hanno avuto a che fare: Filippo De Romeri (denunciato per detenzione di serbatoio e proietti per pistole semi automatiche) e Francesco Trommino - rottamaio di Costamasnaga che bazzica anche le aziende valtellinesi -, con un passato da far paura e un certificato penale lungo tanto: usura, ricettazione, reati contro il patrimonio e la persona, detenzione e spaccio di droga e detenzione di armi di tutti i tipi: da sparo, da guerra, con matricole abrasa... «Il Trommino, noto nell'"ambiente" come "zio Franco" (all'udienza del 22 settembre non si è presentato e quindi verrà presto accompagnato dai carabinieri, ndr) ha avuto con il Rossi 8 contatti telefonici: due nel marzo del 2009, gli altri sei nel maggio: 4 di questi prima della scomparsa di Donald - il 7 maggio, due contatti il 13 maggio e l'ultimo il 14 maggio (105 secondi, il più lungo). Gli altri due contatti il 21 e il 28 maggio».
Chiarita anche la vicenda che aveva gettato un'ombra sull'operato dei carabinieri. Il maresciallo Salvatore Intravaia, comandante del nucleo operativo radiomobile di Sondrio ha parlato della vicenda di Luca Raschetti, il teste che in aula ha detto di aver subito pressioni durante il suo interrogatorio in caserma. «Luca lo conosco da vent'anni. Nel 2008 mi ha confidato di avere paura di Rossi per via di una querela che gli aveva fatto e mi ha detto anche che il Rossi forse girava armato. Ho fatto subito un'informativa e ho verificato in banca dati se il Rossi risultava in possesso di porto d'armi: negativo. Poi quando nel 2009 è successo quel che è successo, il Raschetti è stato convocato formalmente in procura il 18 giugno».
Si torna in aula domani con i primi tre consulenti del Pm.
Antonia Marsetti

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