Mercoledì 01 Settembre 2010

Statali, da restituire
10 anni di stipendi

SONDRIO Costretti a restituire allo Stato parte dello stipendio, da qualche migliaio di euro a cifre esorbitanti, fino a 60mila euro. Una situazione paradossale, che rischia di gettare sul lastrico intere famiglie. Per ora i colpiti dal provvedimento sono almeno un centinaio i dipendenti pubblici in servizio nelle scuole della provincia di Sondrio (bidelli, assistenti amministrativi e tecnici di laboratorio), trasferiti nel 2000 dalla Provincia al ministero della Pubblica istruzione. In quel passaggio, il dicastero prese come base per la ricostruzione della carriera lo stipendio lordo dei lavoratori  al momento del trasferimento, senza riconoscere l'anzianità di servizio. Poi, in seguito a un ricorso presentato dagli ex dipendenti dell'ente locale, nel 2003 il tribunale del Lavoro obbligò lo Stato a riconoscere l'anzianità maturata dai lavoratori quando erano dipendenti della Provincia e ad adeguare gli stipendi. Nel 2005 è intervenuta una nuova legge che ha sparigliato ancora le carte e la Cassazione ha respinto nel 2008 il ricorso dei lavoratori, ribaltando le sentenze precedenti. È a questo punto che per gli ex dipendenti locali sono cominciati i guai. Sulla base di quella sentenza, infatti, il ministero ha fatto partire le lettere di pagamento dove obbliga i lavoratori a restituire le somme percepite in eccedenza in busta paga, prima della decisione della Suprema corte. Lettere che stanno arrivando. A Tirano, proprio in questi giorni, una decina fra bidelli, tecnici e amministrativi si è vista recapitare le prime richieste di pagamento, a cominciare dagli interessi legali che saranno trattenuti subito dalla busta paga. Le cifre sono diverse a seconda delle situazioni, ma per qualcuno l'importo totale da versare allo Stato ammonta a diverse decine di migliaia di euro, che si può scegliere di restituire tramite versamento su conto corrente postale oppure a rate in cinque anni. Contro la decisione della Cassazione alcuni degli ex dipendenti locali si sono rivolti alla Corte europea per i diritti dell'uomo, rivendicando il diritto a un processo equo e impugnando l'intervento legislativo. Ma, intanto, la procedura per la restituzione degli stipendi va avanti. Un provvedimento che non risparmia nessuno. Nemmeno chi nel frattempo è andato in pensione o è deceduto. In questo caso, infatti, la richiesta di restituzione del «debito» ricade direttamente sugli eredi. «Siamo furibondi» sbotta Sandro Foppoli, bidello di Tirano. «Nessuno ci dice niente ma intanto riceviamo le lettere dove veniamo a sapere che ci tratterranno dei soldi  dallo stipendio» si arrabbia. Ma a esasperare gli ex dipendenti locali - 70mila circa in Italia, che si trovano nella stessa situazione dei colleghi valtellinesi - non è soltanto la restituzione di una parte consistente dello stipendio. Nel passaggio dalle dipendenze dell'ente locale a quelle del ministero, infatti, i lavoratori si sono visti togliere anche uno scatto di anzianità, che vuol dire stipendio e pensione ridotti. Questo perché il dicastero nell'inquadrare gli ex dipendenti locali ai fini del trattamento economico ha tenuto conto dello stipendio percepito al momento del trasferimento, senza riconoscere gli anni effettivi di servizio. «Dei 26 anni che ho lavorato come dipendente della Provincia, lo Stato me ne riconosce 12 - racconta Foppoli -. È la rabbia più grossa. Lavoro dal '76 e prenderò 600 euro di pensione». A questo punto, per il bidello di Mazzo è venuto il momento di alzare la voce e di farsi sentire. «Ci dicono tutti “poverini” e che è un'ingiustizia, ma nessuno fa niente per aiutarci - denuncia -. Anche i sindacati in questa situazione ci hanno lasciato soli e non ci hanno l'aiuto che speravamo. Sono talmente esasperato, che ho scritto persino al “Gabibbo”. Finora è passato tutto sotto silenzio, ma adesso non si può tacere. E' venuto il momento che se ne parli e che qualcuno si faccia carico di questa situazione paradossale».

l.begalli

© riproduzione riservata