Venerdì 14 Maggio 2010

Da Mazzo a Bergamo:
120 chilometri a piedi

Bergamo a piedi sulle vie sulle quali transitavano i pellegrini, 120 km percorsi in gran parte con le ciaspole ai piedi e la torcia sulla testa ad illuminare la via fra le tenebre della notte. Due giorni di cammino fra le cime dei monti per partecipare all'adunata degli alpini svoltasi a Bergamo. Sono partiti dal monumento ai caduti di Mazzo nel loro tragitto verso la Bergamasca e sono transitati da Tirano, Motta i “sapei” di Aprica, Carona, Caronella, l'Alta Val Bondione fino alla sospirata discesa su Bergamo. È un'impresa quella compiuta da due penne nere di Mazzo: il 64enne Gianni Foppoli “Bramin” e il vicesindaco Marco Cavazzi, 36enne. In due giorni hanno camminato per 35 ore. Sono gli “eroi” fra i tremila alpini valtellinesi nella città orobica.
La partenza è avvenuta giovedì notte. In marcia sul passo di Caronella, a quasi 3.000 metri di quota, percorrendo la via che in estate i pellegrini bergamaschi facevano per giungere alla Madonna di Tirano e quelli valtellinesi invece percorrevano per arrivare ad Ardesio. Nei giorni precedenti Foppoli e Cavazzi avevano fatto una ricognizione per assicurarsi che l'itinerario prescelto fosse percorribile, ma a complicare la vita alle due penne nere viandanti è stata la nebbia. È così il primo giorno hanno camminato ininterrottamente dalla mezzanotte del giovedì fino alle 10 di sera del venerdì, quando hanno raggiunto a quota 1.850 metri il rifugio Curò di proprietà del Cai di Bergamo. «Abbiamo percorso una via non battuta dagli sci alpinisti ed infatti non abbiamo trovato tracce - rivela Gianni Foppoli -. Per colpa della nebbia abbiamo dovuto procedere molto lentamente perché non vedevamo dove andavamo e non potevamo fidarci esclusivamente della cartina. Quando siamo arrivati al rifugio abbiamo impiegato un po' per farci sentire dai gestori, ma poi l'accoglienza che ci hanno riservato Angelo e Vincenzo è stata splendida».
Dopo la notte trascorsa al calduccio del confortevole rifugio, il mattino successivo i due alpini si sono alzati all'alba e hanno proseguito nella loro marcia verso Bergamo dove sono giunti alle 21. Lungo il percorso di avvicinamento hanno ricevuto parecchi tributi di solidarietà: «L'eco del nostro viaggio, “i due valtellinesi che giungevano a piedi da casa”, si era propagato e nei pressi di Bergamo si è complimentato con noi fra gli altri un bergamasco di mamma grosina». Al campo base degli alpini ad attendere i due commilitoni c'erano una cinquantina di penne nere di Mazzo e di Semogo.
Una vera liberazione soprattutto per il più giovane Cavazzi, che nella maratona ha dovuto fare i conti con le vesciche ai piedi. Insomma, la marcia è stata dura proprio come quelle che si compiono nei primi giorni di naja, quelli chiamati del Car, nei quali i piedi sperimentano la rudezza degli scarponi pesanti. Foppoli, classe 1946 il militare l'ha fatto a Malles; Gavazzi è del 1974 e dodici mesi al servizio dello Stato li fece a Silandro.
Ma quali sono le ragioni dell'impresa eroica? «Cavazzi è trapiantato a Mazzo, ma lui l'infanzia l'ha trascorsa a Carona. Aveva sempre il rimpianto di non essere mai salito in cima al passo di Caronella e così abbiamo deciso di recarci al raduno a piedi percorrendo la via dei pellegrini», è la serafica risposta di Foppoli. Fra il mezzo milione di alpini che si sono recati a Bergamo, i due di Mazzo sono sicuramente quelli che hanno fatto più fatica. Ma lo spirito alpini non si è smentito: «Al passo di Caronella abbiamo ricordato gli alpini che sono andati avanti con una piccola cerimonia».
Il ritorno è stato più agevole sul pullman con gli altri alpini fra i quali il capogruppo Michelino Moratti e il presidente sezionale Mario Rumo.

l.begalli

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