Mercoledì 12 Maggio 2010

«Nostro figlio non era amico
di quell'animale di Rossi»

Marilena e Livio Sacchetto sono separati da tempo. Su molte cose non andavano d'accordo. Ieri però hanno avuto lo stesso identico pensiero: «Per piacere, non scrivete mai più che nostro figlio era amico di quell'animale».
Con loro, ieri mattina in Tribunale, c'erano anche i figli Stefano e Luana, i fratelli di Donald, il ragazzo ucciso da un colpo di pistola e fatto a pezzi nella cava di Ardenno. Ma c'erano anche altri parenti: zii e cugini del giovane scomparso. Della famiglia di Simone Rossi, il presunto omicida, nessuno.
«Troppe volte abbiamo letto che Donald era amico di quello lì, ma non è vero: si conoscevano a malapena» sottolinea Livio al termine dell'udienza preliminare presieduta dal giudice Carlo Camnasio.
La tensione è alta nei corridoi del Palazzo di Giustizia, e non cala neanche dopo che, al termine di una camera di consiglio durata oltre un'ora, il gup ha letto la propria decisione: il rinvio a giudizio dell'imputato per tutti e quattro i capi di imputazione. La data fissata per la prima udienza del processo davanti alla Corte d'Assise è quella di venerdì 18 giugno, sei giorni dopo quella di sabato 12, quando finalmente, dopo oltre un anno dalla sua morte, si potranno celebrare i funerali di Donald. Anche ieri mattina, come hanno fatto fin dai primi giorni dopo l'arresto, gli avvocati Francesca La Salvia e Piermaria Corso hanno sostenuto l'innocenza del proprio assistito chiedendo il non luogo a procedere per i reati di omicidio volontario e spaccio di sostanze stupefacenti («Altrimenti si definisca il quantitativo di droga di cui si contesta lo spaccio» hanno sostenuto in aula), facendo anche richiesta di patteggiamento per i reati di occultamento e distruzione di cadavere e porto illegale di arma da fuoco. Ma la Procura, rappresentata dal sostituto procuratore Stefano Latorre e dal procuratore capo Fabio Napoleone, si è opposta: no al patteggiamento e, soprattutto, no al non doversi procedere per l'omicidio e per la droga. E no anche alla contestuale richiesta di scarcerazione di Rossi. «Ma come si fa ad avere il coraggio di sostenere la tesi del suicidio di Donald - sbotta Luana Sacchetto -. Senza contare che da un lato sostengono che il Rossi non è pericoloso e deve uscire dal carcere, dall'altro dicono che si è visto costretto a distruggere il corpo di Donald per evitare di essere accusato di omicidio, vista la sua fama di testa calda. È una evidente contraddizione».
«Girava con la pistola, la faceva vedere a tutti - fa eco papà Livio. E quella sera (sabato 16 maggio 2009, ndr) non ha incrociato Donald per caso, ma lo seguiva. Gli è stato addosso fin che è riuscito a farlo salire in macchina con lui, a portarlo alla cava e a fare quello che ha fatto». Curatissimo nell'aspetto e molto studiato nelle movenze, secondo la tesi degli inquirenti l'imprenditore indagato avrebbe agito d'impeto, accecato dalla cocaina e dall'ira nei confronti dell'uomo che, forse per una frequentazione troppo stretta con la sua fidanzata, alimentava i dubbi sulla propria virilità.

l.begalli

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