Sabato 07 Novembre 2009

La Cassazione ha deciso:
è stato Rossi a uccidere

Rigettata in pieno l'istanza della difesa: la Corte di Cassazione ha confermato tutte le accuse a carico di Simone Rossi, il cavatore di Ardenno accusato dell'omicidio dell'amico e vicino di casa Donald Sacchetto al termine di una serata di eccessi a base di alcol, cocaina e colpi di pistola.
La difesa puntava soprattutto a demolire l'accusa di omicidio, per il quale, sostengono gli avvocati, mancherebbero prove certe. Nella sua istanza, l'avvocato e docente milanese Piermaria Corso, non ha esitato a definire «eccentrica» l'attività che ha portato il gip Pietro Della Pona a firmare, lo scorso 1° giugno, l'ordinanza di custodia cautelare in carcere per l'indagato. Eccentrica in senso tecnico, cioè al di fuori delle sue strette competenze, utilizzando alcune prove ritenute non ammissibili (come le dichiarazioni rese da Rossi prima di essere ufficialmente indagato) e conducendo gli interrogatori in modo poco ortodosso. Ma l'ordinanza del giudice sondriese, che aveva già retto davanti al Tribunale del Riesame, è stata ritenuta impeccabile anche dalla Suprema corte.
Per la famiglia dell'indagato, che non ha esitato a tentare il tutto per tutto, affidandosi a un grosso nome del diritto penale anche a costo di sborsare cifre a sei zeri per le parcelle dei legali e delle consulenze dei periti di parte, il fallimento della linea difensiva è una tegola. Non ci sono più altri gradi di giudizio sulle misure cautelari. Non solo, ma le pronunce del Riesame prima e della Cassazione poi formano il cosiddetto giudicato cautelare che difficilmente non avrà un suo peso anche in sede di processo vero e proprio. E i capi di imputazione sono di quelli che mettono i brividi: omicidio, spaccio di cocaina, detenzione di arma da sparo, occultamento e distruzione di cadavere.
Pochi giorni dopo la sparizione di Donald Sacchetto, il 16 maggio, Simone Rossi era già stato avvicinato dai carabinieri: era lui l'ultima persona con la quale l'operaio saldatore di 36 anni era stato visto per l'ultima volta. Per alcuni giorni il giovane imprenditore è stato semplicemente sentito come persona informata sui fatti, anche se è sempre stato il sospettato numero uno e se non muoveva un passo senza l'avvocato Francesco Traversi dello studio La Salvia di Sondrio. «Donald si è suicidato» continuava a ripetere il sospettato.
Poi la svolta nelle indagini e Rossi si è ritrovato in manette. Setacciando la sua cava, i carabinieri hanno cominciato pian piano a ricostruire il corpo di Donald, fatto a brandelli e sepolto nella sabbia senza un vero perché. Intanto La cava di Simone Rossi dove sono stati trovati i resti di Donald Sacchetto può riaprire. Lo ha deciso il procuratore capo Fabio Napoleone che ha disposto il dissequestro dell'area. Il lavoro degli inquirenti, almeno lì, è terminato. Passato interamente al setaccio, il cantiere ha restituito il 50 per cento del corpo della vittima.
Tutti i frammenti del cadavere sono stati portati all'Istituto di medicina legale di Milano dove la dottoressa Cristina Cattaneo, nominata consulente tecnico dalla Procura, sta compiendo un delicato lavoro di composizione e analisi per poter capire qualcosa di più sulle cause del decesso e su come il cadavere sia stato fatto a pezzi.
Procede anche il lavoro dei Ris dei carabinieri di Parma. Alcuni degli accertamenti di questi ultimi sembrerebbero contraddire alcune delle affermazioni fatte dall'indagato sulle modalità di distruzione del corpo. «L'ho bruciato e seppellito, è chiaro che poi il passaggio dei camion l'ha fatto a pezzi» ha detto al gip Pietro Della Pona.
Nessuno dei rilievi effettuati dagli specialisti delle investigazioni scientifiche però avrebbe confermato la presenza di resti di fumo o fuliggine sui muri del capannone all'interno del quale Rossi ha sostenuto di aver bruciato il corpo dell'amico su una sorta di pira funeraria realizzata con alcuni bancali di legno.
Per la Procura comunque il quadro sembra essere già piuttosto completo. Sembra improbabile che a maggio venga chiesta una ulteriore proroga delle indagini. Al contrario, i magistrati sondriesi sembrano orientati a chiudere l'inchiesta anche con qualche mese di anticipo.

l.begalli

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