Riva: «La fiducia è in calo, vanno aperti i cantieri e non servono sussidi»
Il presidente di Confindustria Lecco Sondrio Lorenzo Riva. «Solo quando l’impresa verrà messa al centro delle politiche economiche - spiega - saremo in grado di recuperare e guardare al futuro con maggiore fiducia»

Riva: «La fiducia è in calo, vanno aperti i cantieri e non servono sussidi»

«Il rallentamento è un dato di fatto, bisogna incentivare gli investimenti».

«Il quadro non è positivo e con il Decretone non aumenterà l’occupazione». Non mancano gli scenari preoccupanti, sia per le imprese, sia per i lavoratori, nell’analisi del presidente di Confindustria Lecco Sondrio Lorenzo Riva. Le più recenti rilevazioni nazionali e locali, infatti, parlano chiaro.

Presidente, il nuovo anno si apre con il dato sul calo della produzione industriale in novembre. Qual è la vostra reazione di fronte a questo -2,6%? Si percepisce lo stesso trend nelle nostre province?

Sulla base delle nostre ultime rilevazioni, relative allo scorso mese di novembre, l’andamento del territorio è in linea con i dati del Centro Studi Confindustria che, riguardo al periodo finale del 2018, segnalano una domanda interna debole accompagnata da fiducia delle imprese manifatturiere in peggioramento e previsioni di export negativo per il quarto trimestre dell’anno. Anche se nelle nostre province prevale ancora la stabilità, e i segnali di rallentamento sono meno marcati, il quadro non è positivo. È infatti inevitabile sottolineare che, pur in uno scenario disomogeneo, se i livelli occupazionali sono stabili i segnali di ripresa si stanno già riducendo.

La maggior parte degli indicatori congiunturali concordano su un Pil italiano piuttosto debole nel 4° trimestre. Come interpretate questo dato?

A costo di essere ripetitivo, devo ancora una volta dire che solo quando l’impresa verrà messa al centro delle politiche economiche saremo in grado di recuperare e guardare al futuro con maggiore fiducia. Il Pil debole è evidentemente un segnale preoccupante. Se le indicazioni di decrescita dovessero essere confermate, noi auspichiamo che la preoccupazione, che non è solo nostra, possa stimolare il prima possibile strategie a sostegno della crescita che partano dall’analisi degli effetti sull’economia reale delle scelte di politica economica. Penso ad esempio all’attivazione dei cantieri per le piccole e grandi opere. Uno dei migliori investimenti per contrastare la recessione.

Intanto la domanda interna resta debole.

Quali sono le conseguenze per l’industria valtellinese, caratterizzata da una fortissima presenza dell’agroalimentare?

Le nostre rilevazioni relative alla domanda confermano che, anche nelle province di Lecco e di Sondrio, circa un’azienda su due segnala ordini stabili rispetto al mese precedente, ma le indicazioni di riduzione incidono maggiormente rispetto a quelle di crescita. In particolare, a livello interno si registra stabilità per il 47,5% del campione, diminuzione per il 35,6% e aumento per il 16,9%. Non è di certo un bel segnale, soprattutto se consideriamo che anche le esportazioni danno qualche cenno di rallentamento. Le imprese del territorio, grazie soprattutto alla loro eccellenza e alla forte propensione all’innovazione, si stanno mantenendo competitive, ma se il contesto a livello di sistema Paese non muta, temiamo rallentamenti anche sui nostri territori. Siamo in una fase delicata, che stiamo mantenendo attentamente monitorata.

Parliamo di occupazione. È stato un 2018 segnato da nuove leggi, le cui conseguenze iniziano a farsi sentire. Qual è il vostro giudizio e qual è il trend?

Come ha più volte evidenziato anche il presidente Vincenzo Boccia, il lavoro è la grande emergenza dimenticata del Paese. A nostro giudizio, le misure contenute nel cosiddetto Decretone non aumenteranno l’occupazione. Quota 100 non è una misura per i giovani e l’effetto sostituzione avrà un impatto molto limitato sulla disoccupazione giovanile. Per contro, le imprese non riescono a trovare le professionalità di cui hanno bisogno, serve quindi puntare sulla formazione professionalizzante e orientare bene le scelte scolastiche degli studenti. Il reddito di cittadinanza, dal canto suo, non risolve le cause della disoccupazione in un momento di stagnazione e incertezza come questo. I paletti alle imprese sono inoltre troppo stringenti, anche per questo il reddito di cittadinanza non pensiamo cambierà nulla nella dinamica domanda/offerta di lavoro. A nostro modo di vedere, sarebbero state molto più utili serie politiche attive e l’avvio di un grande piano di inclusione giovani con la decontribuzione e la detassazione totale per le assunzioni a tempo indeterminato.

Tra le principali preoccupazioni c’è quella del possibile aumento dei tassi d’interesse.

Il rallentamento è ormai un dato di fatto, condizionato da provvedimenti che non incentivano gli investimenti e non saranno di stimolo all’economia, ma anche dal contesto internazionale dove pesano la questione dei dazi, la guerra commerciale e la decelerazione della Germania. Per quanto riguarda le banche italiane, stante i livelli di spread attuali temiamo anche un aumento dei tassi interbancari e un conseguente incremento del costo del denaro che si ripercuoterà su cittadini e imprese. Le vie di uscita passano necessariamente da politiche di rilancio degli investimenti pubblici e privati e dalla riduzione del cuneo e della pressione fiscale sulle imprese.

Le precedenti leggi di stabilità hanno sostenuto in modo chiaro l’innovazione.

Qual è il vostro punto di vista sulla manovra di quest’anno?

Le misure a sostegno dell’innovazione e, in particolare, quelle orientate a incentivare la transizione verso Industria 4.0, hanno dimostrato di avere effetti positivi sul sistema delle imprese che hanno messo in campo investimenti e sforzi notevoli in questa direzione. È chiaro che, se l’innovazione è vitale, è fondamentale che trovino più spazio provvedimenti che la supportano.

Sulle infrastrutture si parla con una certa intensità di riduzione dei progetti.

Qual è la vostra reazione e quali sono le priorità anche a livello locale-regionale?

Gli italiani chiedono lavoro e occupazione, di certo non sussidi. Per questo l’Italia ha bisogno di aprire subito i cantieri e non di chiuderli, tenendo conto di quanta occupazione generano le grandi opere. L’apertura dei cantieri comporterebbe 400mila posti di lavoro. A livello locale ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza infrastrutture, con dotazioni del tutto inadeguate e carenti. Anche per questo la nostra associazione è promotrice di un tavolo che possa favorire al più presto soluzioni concrete.


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