Riforma banche: «Ventimila esuberi»
Ieri sono circolate alcune ipotesi “trasversali” di modifica del decreto

Riforma banche: «Ventimila esuberi»

È il calo dei dipendenti calcolato da Assopopolari (nell’arco di due anni) se sarà approvato il decreto. L’associazione prevede anche un crollo dei crediti alla clientela di 80 miliardi di euro e del 3% del Pil.

Partirà dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, quindi dopo l’inizio di febbraio, l’iter per la conversione del decreto su banche e investimenti che contiene la riforma delle banche popolari. Il testo, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 24 gennaio e in vigore dal 25, dovrebbe essere assegnato all’esame congiunto delle commissioni Finanze e Attività produttive della Camera.

Ma intanto circolano dei numeri che suscitano un fortissimo allarme sociale. Secondo Assopopolari, infatti, il provvedimento mette a rischio 20mila posti di lavoro in due anni (sono circa 7.400 quelli che lavorano complessivamente per il Credito Valtellinese e la Banca Popolare di Sondrio) e determinerà una contrazione pari a 3 punti percentuali di Pil e un calo dei crediti alla clientela di 80 miliardi di euro, di cui 25 miliardi per le famiglie e 55 per le imprese.

Il decreto, spiega l’associazione che raggruppa le popolari, «penalizzerà fortemente i territori di riferimento e l’economia reale del Paese» e metterà in moto un meccanismo speculativo con un progressivo trasferimento della proprietà di una parte rilevante del sistema bancario italiano alle grandi banche internazionali». Ricordiamo che il decreto del Governo Renzi prevede la trasformazione in società per azioni delle prime dieci popolari, con un totale attivo superiore agli 8 miliardi di euro (oltre il 90% dell’intera categoria del credito popolare).

Attualmente gli istituti cooperativi erogano crediti alla clientela per circa 375 miliardi di euro, un valore che rappresenta il 27% degli impieghi complessivi del sistema bancario italiano. L’associazione ricorda come lo stretto rapporto fra le popolari e le pmi (piccole e medie imprese) è testimoniato anche dalla quota di mercato delle stesse nei sistemi economici a prevalenza di pmi, pari al 66% contro il 33% del resto del sistema. Inoltre, nell’arco di tempo che va dall’inizio della fase di credit crunch (2011) sino alla fine del 2013, le popolari hanno aumentato i prestiti alla clientela del 16%; diversamente, quelle sotto forma di spa hanno diminuito l’ammontare dei prestiti rispettivamente del 5%. Infine, «si assisterebbe ad una progressiva desertificazione dei territori con una diminuzione degli impieghi, risorse che, per effetto della ricerca di utili maggiori e immediati, sarebbero deviate verso attività finanziarie di tipo speculativo».

Chi spezza lance in favore della riforma, invece, sono il banchiere d’affari Federico Imbert (Credit Suisse), che vede con favore lo scenario delle “aggregazioni” e l’ex presidente della Bpm e uomo d’affari, Andrea Bonomi. Per quest’ultimo infatti, che aveva tentato (fallendo) di far imboccare la strada della spa in Piazza Meda, adesso è l’ora di evolvere mantenendo intatto però il proprio Dna.


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