Noyfil al capolinea  Andalo, a casa più di 70 dipendenti
La società del Gruppo Radici ha comunicato l’intenzione di cessare tutta l’attività

Noyfil al capolinea

Andalo, a casa più di 70 dipendenti

L’impresa tessile, più di 70 dipendenti, chiude a fine anno: concorrenza insostenibile dell’Estremo Oriente

Per la Noyfil di Andalo si avvicina la chiusura definitiva.

Martedì la società del Gruppo Radici ha comunicato alle organizzazioni sindacali e alla Rsu l’intenzione di cessare tutta l’attività di produzione dello stabilimento valtellinese.

Nella fabbrica di Andalo si svolge l’attività di orditura e filatura del poliestere e lavorano oltre settanta dipendenti. La chiusura totale dello stabilimento è in programma per il primo gennaio del 2022. Ai rappresentanti di Filctem-Cgil e Femca-Cisl, Valter Rossi ed Emanuele Merazzi, sono stati illustrati i motivi di questa decisione.

«La motivazione che ha portato a una scelta così drastica è data principalmente dal fatto che c’è già in essere da alcuni anni un trasferimento del mercato della produzione del poliestere verso i Paesi asiatici - sottolineano i sindacalisti -. Le analisi di mercato parlano di una riduzione della produzione al livello europeo per un valore di 100 milioni di euro, con ricadute su tutti i principali produttori. Di conseguenza, sul sito di Andalo, nel corso del 2021 - con i dati disponibili fino alla fine di agosto - il trend negativo sia dal punto di vista dei volumi della produzione sia da quelli della sostenibilità finanziaria non si discosta sensibilmente dai numeri già molto negativi al periodo che ha preceduto quello della pandemia».

Tutte le cifre parlano chiaro. Presi a riferimento questi primi otto mesi dell’anno rispetto al 2019, si rileva un indebitamento dello stabilimento di Andalo che di fatto rimane invariato, con un calo strutturale del fatturato del 30%. I volumi di produzione pari a 4.800 tonnellate di filato nel 2019, scesi a 2.200 nel 2020, si confermano nel 2021 poco sopra l’anno precedente.

«Si tenga conto che la cosiddetta “soglia di sopravvivenza” per cui costi e ricavi si equiparano si aggira intorno alle 3.200 tonnellate», osservano Rossi e Merazzi.

La situazione è caratterizzata da alcune variabili imprevedibili. «Il paradosso di quest’ultimo periodo sembrerebbe però essere una sorta di inversione di tendenza con ordini in portafoglio che, pur non garantendo una deciso cambio di rotta, arriverebbero dai principali clienti di Noyfil fino a febbraio 2022. Non ultimo, sono confermate le previsioni di rincaro del costo dell’energia previsto nelle prossime settimane con un aggravio di costi per lo stabilimento di Andalo stimati dalla direzione aziendale in circa 600mila euro su base annua».

Come già ipotizzato nell’incontro di inizio luglio dai vertici societari in un incontro con i dipendenti e i rappresentanti del sindacato, sulla base di questi dati, la concorrenza dei Paesi dell’Estremo Oriente è di fatto insostenibile.

Alla luce di ciò, i lavoratori riuniti in assemblea il 29 settembre, dopo un’ampia discussione hanno deciso, con grande senso di responsabilità, di proseguire nell’ordinaria attività. Hanno inoltre chiesto alle organizzazioni sindacali di farsi parte attiva presso tutti gli organi istituzionali al fine di informarli della grave situazione e ottenere supporto al fine di vagliare tutte le possibili iniziative e soluzioni per gestire nel migliore dei modi la decisione ufficializzata dalla proprietà.

Filctem-Cgil e Femca-Cisl si sono rivolte a Prefettura, Provincia di Sondrio e sindaci del Morbegnese per informarli su quanto sta accadendo. Proprio il prefetto, Salvatore Pasquariello, nel luglio scorso aveva fatto visita allo stabilimento. «Siamo onorati che il rappresentante del governo abbia deciso di farci visita – aveva detto Alfredo Cocozza, direttore dello stabilimento –, dimostrando sensibilità e attenzione nei confronti della nostra realtà tessile che, come tutto il comparto, si trova a fronteggiare un periodo storico molto complicato sia per via degli effetti della pandemia sia per la concorrenza asiatica».

Parole che ora trovano una triste, drammatica e definitiva conferma.


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