Impianti di risalita, palla al territorio ma senza fondi

Impianti di risalita, palla al territorio ma senza fondi

Il progetto di legge regionale approvato lunedì dalla giunta a Milano è arrivato in provincia con un immediato strascico di reazioni.

Da una parte la speranza che dopo tante discussioni finalmente gli enti abbiano deciso di farsi carico di un comparto nevralgico ma in grande sofferenza da tempo (350 milioni di debito complessivi di cui la metà in Valtellina e Valchiavenna) e, dall’altra, la delusione perché, intanto, nel testo licenziato dall’esecutivo e che dovrà approdare in consiglio regionale non c’è alcuna indicazione di ordine economico.

«Siamo al primo passo -dice il presidente della Provincia Luca Della Bitta -. Importante, ma pur sempre il primo passo di un percorso tutto da costruire con il territorio, attraverso i patti da sottoscrivere, e che dal nostro territorio trae origine». Da quel protocollo cioè siglato proprio con l’amministrazione provinciale che ha portato all’elaborazione, insieme ai portatori d’interesse e al sistema bancario locale, di uno studio che rappresenta la base del progetto di legge. A partire dal nodo centrale dell’ipotesi di lavoro ovvero la separazione della proprietà dalla gestione degli impianti.

«Non solo - aggiunge Della Bitta - nel testo di legge per la prima volta viene riconosciuto il ruolo di pubblico servizio che significa valorizzare ulteriormente il comparto e si delinea un percorso che chiama a responsabilità innanzitutto i territori attraverso i patti da sottoscrivere con genti locali e con i quali stabilire le strategie future. Una solida base programmatoria». Una programmazione senza la quale, è convinto il presidente di palazzo Muzio, è impossibile stabilire investimenti e risorse.

Non dello stesso avviso Giorgio Nana, segretario provinciale della Filt-Cgil, fortemente preoccupato per il futuro del comparto, la cui tenuta è fondamentale anche in termini occupazionali. «L’impegno del sottosegretario regionale Ugo Parolo lo conosciamo e riconosciamo - dice Nana -, ma dopo un anno e mezzo, almeno, che ci parliamo addosso sarebbe il caso di avere qualche dettaglio e qualche certezza in più. Bisogna capire qual è l’impegno finanziario, su quali e quante risorse possiamo contare. Chi mette cosa, altrimenti qui crolla tutto». E il crollo trascinerebbe con sé intanto i circa seicento addetti ai lavori tra fissi e stagionali senza pensare alle pesanti ripercussioni sul l’intera economia locale e regionale e sul tessuto sociale.


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