Il Galletto Vallespluga Cresce il fatturato

Il Galletto Vallespluga
Cresce il fatturato

Sui mercati i consumi di carne sono in calo, vincente la scelta aziendale di puntare sulla qualità

Un mercato delle carni (avicole, suine, bovine, ovine), che cala di circa il 10 per cento con punte del 12 per cento per le carni suine e i salumi.

Ma una ditta, la Vallespluga, la cui sede è a Gordona, in provincia di Sondrio, e che è presieduta da un lecchese, Marco Milani, aumenta del 2 per cento le proprie vendite. Stiamo parlando del famoso “Galletto Vallespluga” che ha numeri “piccoli”, ma importanti.

Milani spiega: «Noi rappresentiamo lo 0,5/0,6 sul mercato avicolo nazionale. Per fare un confronto, Aia, che è il numero uno, fa 2,7 miliardi di euro di fatturato, mentre noi arriviamo a 24 milioni di euro. Ma siamo in leggera crescita».

“Galletto Vallespluga” è una definizione di peso più che di genere: è un pollo (maschio o femmina) che va dai 450 ai 650 grammi, come da definizione europea. Si tratta di pollame giovanissimo perché il galletto viene macellato a 23-24 giorni dalla nascita (il pollo a 35-40 giorni). Una carne bianchissima, allevata secondo precisi standard. «Abbiamo registrato un aumento del 2 per cento circa, il che non sposta i bilanci, ma è un indice importante. In questo momento in cui ci sono tante notizie cattive sulla carne, il galletto ha conservato un’immagine di qualità. E infatti è allevato a terra, su superfici a bassa densità, con mangimi senza grassi animali e vegetali in modo che non ci sia troppa energia nel cibo, senza antibiotici né stimolatori di crescita. Un pollo ben allevato per un prodotto che costa caro, 7,20 euro al chilo, prezzo imposto. C’è chi vende il pollo al discount a 2-3 euro al chilo. Non discuto gli altri, ma la qualità si paga».

D’altronde il consumatore è disposto a pagare di più ma solo per una carne bianca, tracciabile e, soprattutto, con meno “chimica”. La demonizzazione della carne, però, non piace a Milani: «C’è un’ondata ambientalista-animalista da tenere presente. Poi c’è una componente del mercato molto sensibile che sottolinea le condizioni spesso irragionevoli in cui vengono spesso allevati molti animali. E, infine, ci sono gli aspetti ambientali perché si ritiene che l’allevamento animale consumi molte risorse. Il problema è che noi desideriamo mangiare anche qualche proteina nobile».

Non c’è solo la cultura “veg” ad attaccare il consumo di carne. C’è anche chi segue le indicazioni date dall’Oms che invitano a un uso moderato di carne e soprattutto insaccati. «Più mangi carne più aumentano i rischi di alcuni tipi di malattie – ammette Milani -. Ma ci sono anche dei vantaggi. A Pechino, nel 1970-71, dov’ero per lavoro, avevo immediatamente colto la notevole differenza tra la statura media della popolazione adulta cinese e la statura media dei giovani, una spanna più alti dei genitori: proprio in quegli anni la Cina aveva introdotto nella dieta del popolo un po’ di carne. Mi raccontarono che tutti i cinesi dal 1970 avevano trovato nella zuppa due costine di maiale… Bastarono quelle per far crescere di 15-20 centimetri i ragazzi».


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