Frontalieri e fisco, minaccia Svizzera: «Salta l’accordo»
Restano agitate le acque sul fronte dei lavoratori frontalieri (Foto by archivio)

Frontalieri e fisco, minaccia Svizzera: «Salta l’accordo»

Da Bellinzona doccia fredda del leghista Zali. «All’Italia una quota che non vi è motivo di versare». E ora i ristorni per i Comuni di confine sono a rischio

L’ultima parola spetta a Berna, ma a dare una spallata importante al nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera - il nuovo accordo sull’imposizione dei lavoratori frontalieri - ci ha pensato il presidente del Governo di Bellinzona, il leghista Claudio Zali. «È tempo di disdire l’accordo dei frontalieri», le parole di Zali, riportate con grande enfasi oltreconfine dopo il nulla di fatto dell’incontro della scorsa settimana - nell’elegante cornice della Collina d’Oro sopra Lugano - tra il nostro ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi e il collega (ticinese) della Confederazione Ignazio Cassis.

In buona sostanza, Enzo Moavero Milanesi ha detto che l’Italia «farà sapere la propria definitiva posizione sul nuovo accordo fiscale entro la primavera», fermo restando che Lega e Movimento 5 Stelle hanno già sonoramente bocciato i contenuti del provvedimento, che andrebbe a incidere direttamente sulle tasche dei frontalieri, con pesanti incognite anche sul futuro dei ristorni a Comuni e realtà di confine. Ora però la Svizzera e in particolare il Canton Ticino - che non ha mai nascosto proprio attraverso Claudio Zali di voler dare un segnale all’Italia vincolando parte dei ristorni al completamento delle opere transfrontaliere - sono tornati a fare la voce grossa, tenendo conto anche del fatto che l’accordo può essere disdetto unilateralmente. Al “Mattino della Domenica”, il settimanale della Lega dei Ticinesi, Claudio Zali ha spiegato che «ogni anno restituiamo (all’Italia, ndr) una grande quota che non vi è più motivo di versare, dato che le condizioni del 1974 (data dall’accordo ad oggi ancora in vigore, ndr) sono completamente cambiate. Dunque ben venga la disdetta dell’accordo», fermo restando che dovrebbe toccare a Berna il compito di staccare la spina.

Il Governo di Bellinzona - a tre mesi dalle elezioni cantonali - non è disposto ad attendere oltre. Per questo a breve saranno chiesti direttamente al ministro (ticinese) Ignazio Cassis lumi sullo stato dell’arte. È chiaro che il forte disappunto ticinese per la piega che ha ufficialmente preso la vicenda rappresenta una novità di assoluto rilievo sulla strada dei nuovi accordi fiscali, considerato che dalla sua il Canton Ticino ha “l’arma” dei ristorni, già congelati per alcuni mesi nel 2011. A tal proposito, Sergio Aureli, sindacalista ticinese di lungo corso, traccia tre possibili scenari per il futuro.

«Il primo scenario - spiega - è relativo al fatto che l’accordo del dicembre 2015 non venga portato in essere e dunque tutto rimane com’è, con il doppio concetto dei frontalieri entro i 20 chilometri ed i frontalieri oltre i 20 chilometri e i ristorni ai Comuni di frontiera - sottolinea Aureli - Il secondo scenario possibile è che l’accordo del 1974 venga disdetto unilateralmente dalla Svizzera. con la logica conseguenza che i lavoratori frontalieri (nessuno escluso, ndr) dovranno fare la dichiarazione dei redditi in Italia, con un credito d’imposta delle tasse pagate in Svizzera e la famosa franchigia. Il terzo scenario, di cui più volte si è parlato e scritto, riguarda direttamente il Ticino: il Cantone potrebbe dar corso al blocco dei ristorni, pretendendo una rinegoziazione dell’accordo con implicazioni oggi difficili da delineare».

Di sicuro, ne farebbero le spese in primis - per quanto concerne questa terza ipotesi - i Comuni di confine.


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