Filca casa, spediti   35 preavvisi di licenziamento

Filca casa, spediti

35 preavvisi di licenziamento

I dipendenti«Lavoriamo ancora fino alla fine di marzo. Ci sentiamo traditi dalle banche, pensavamo di ripartire»

I dipendenti della Filca Cooperative attendono con trepidazione il 9 febbraio: quello sarà il giorno in cui il Tribunale di Lecco deciderà se accettare il concordato liquidatorio o determinare il fallimento dell’azienda. Una differenza sostanziale visto che se Filca dovesse fallire per tutti i dipendenti ed ex dipendenti sarà più difficile recuperare i crediti che hanno nei confronti dell’azienda, rappresentati, tra gli altri, da stipendi e fondo pensione. I dipendenti resterebbero creditori privilegiati, ma per ottenere il dovuto dovrebbero attendere l’inventario del debito, l’assemblea dei creditori e le numerose incombenze previste associate alla curatela fallimentare.

Intanto ai 35 dipendenti che ancora sono operativi, è arrivato il preavviso di licenziamento per la fine di marzo. Una situazione complicata, di cui si fanno interpreti due dipendenti Filca, le prime a parlare dopo tanti mesi di difficoltà. Paola Gazzo, 53 anni, lavora in Filca da ben 34 anni, mentre la collega Gessica Teramo, 37 anni, è stata assunta nel 2000. Due esempi di longevità occupazionale che già di per sé evidenziano il clima che si respirava in Filca. «Come noi – ci dice Paola Gazzo – sono tantissimi i colleghi che hanno lavorato in Filca per tanti anni. C’è sempre stato un ambiente quasi familiare, si lavorava bene e per noi era una specie di seconda casa. Ancora adesso, nonostante tutte le difficoltà del momento, tra noi siamo amici e ci sentiamo spesso. In sintesi i dipendenti Filca erano tutti molto fidelizzati».

Quello che all’esterno ci si chiede oggi è come mai i lavoratori abbiano resistito così a lungo senza protestare o far sentire comunque la loro voce. Molti di loro hanno arretrati di otto o nove mensilità, il che non è certo facile da digerire. «Abbiamo tenuto duro fino ad ora – commenta Gessica Teramo - perché sembrava che ci fossero buoni presupposti per arrivare a quell’accordo con le banche che avrebbe risolto la situazione. Peraltro, non ci siamo mai sentite prese in giro e vedevamo nella dirigenza un’autentica buona fede. Purtroppo le banche ci hanno improvvisamente voltato le spalle ed ora siamo arrivati al capolinea».

A questo punto la prima preoccupazione è ovviamente quella di recuperare gli arretrati. «La nostra speranza – continua Paola Gazzo – è che il Tribunale non decida per il fallimento. In questi mesi abbiamo fatto non poca fatica a tirare avanti. Io ho un figlio che frequenta il Politecnico e come me tutti i colleghi hanno una famiglia da mantenere, dunque almeno avere i soldi che ci spettano, ci sembra doveroso. Speriamo che il Tribunale tenga conto del fatto che ci sono decine di famiglie in seria difficoltà. Siamo di fronte ad un problema sociale oltre che economico». C’è poi un altro fronte aperto ed è quello del lavoro che è venuto a mancare. Il desiderio è dunque quello di trovare un’altra occupazione. «Ci stiamo scontrando – osserva Gessica Teramo – con la seria difficoltà di reinserirsi nel mondo del lavoro. Io ho due figli e, per fortuna, un marito che il lavoro ce l’ha. Ma uno stipendio in meno si sente. Detto questo, personalmente mi sto dando da fare per trovare un’altra occupazione ma non è facile. Ti rendi conto che sai fare bene il tuo lavoro, ma spesso ti viene richiesto altro. Non avrei nessuna difficoltà anche a intraprendere un’altra occupazione, ma è complicato. Reinserirsi non è per niente facile». Resta il rammarico di sapere che il capolinea è vicino. Dover lavorare sapendo che il licenziamento è alle porte non è semplice: «Siamo un po’ depresse e demotivate, ma non vogliamo mollare. Lavoro da fare ce n’è ancora e la speranza è che il 9 febbraio arrivino buone notizie».


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