Coltivazione ulivo sempre più radicata  «Serve un frantoio»
Il tecnico Ivano Foianini, il direttore Graziano Murada (al centro) e la studiosa Giancarla Maestroni

Coltivazione ulivo sempre più radicata

«Serve un frantoio»

La Fondazione Fojanini ha presentato la ricerca storica sulla produzione di olio in Valle: «L’interesse per la produzione continua a crescere».

La produzione di olive “made in Valtellina” cresce e presto potrebbe fare passi avanti il progetto di realizzare un mini-frantoio in provincia, per produrre l’olio direttamente sul territorio senza più appoggiarsi agli impianti della zona del Lario. Ma la presenza degli ulivi in Valle non è una novità degli ultimi anni, anzi: dal Medioevo all’Ottocento vi sono testimonianze della produzione di olio sul territorio, in diverse zone.

A ricostruirne la storia è stata la studiosa Giancarla Maestroni, che per la Fondazione Fojanini ha realizzato una prima indagine sul tema, presentata ieri nella sede del centro sperimentale sondriese: un’occasione per fare il punto su passato, presente e futuro di una coltivazione che negli ultimi anni è in costante crescita in provincia. «Abbiamo chiesto aiuto a Maestroni per ricostruire la storia dell’ulivo in Valtellina – ha spiegato il direttore della Fojanini Graziano Murada -, perché avevamo il sentore che in passato esistesse questa presenza. La sua ricerca ce l’ha confermato e siamo felici di aver identificato questo legame con il passato, per una realtà che in Valle si proietta verso il futuro. Il primo impianto sperimentale di ulivi è stato realizzato dalla Fondazione nella zona della Sassella nel 1998, perché si attraversava un periodo di abbandono dei vigneti e volevamo testare una coltura che potesse tener vivi i terrazzamenti, evitando che venissero fagocitati dal bosco. Doveva avere una valenza soprattutto ambientale e paesaggistica, oggi inizia a dare anche soddisfazioni sul fronte della produzione, con piccole quantità ma un prodotto di qualità».

Anche in passato la produzione di olio in Valle riguardava «probabilmente quantità limitate», ma «non è stata una presenza sporadica, anzi», ha spiegato Maestroni: i documenti segnalano coltivazioni di ulivi a Dubino nel 1256, ha sottolineato la studiosa, e «dal XIII secolo la presenza dell’olivicoltura si è protratta per molti secoli, tanto che nell’estimo austriaco del 1835 sono censiti una cinquantina di “ulivi sparsi” alla Sassella», ha spiegato. «Varie testimonianze riguardano la zona della Bassa Valle – ha rimarcato Maestroni -, ma molto raccontano anche i toponimi legati all’oliva e all’ulivo diffusi sulla costiera retica, da Bianzone a Montagna». L’olio veniva probabilmente impiegato «per usi legati all’ambito religioso, ad esempio per l’illuminazione delle chiese e per le cerimonie liturgiche», poi dalla metà dell’Ottocento gli ulivi sembrano scomparire, tranne qualche eccezione, «forse per via di un parassita, o per questioni climatiche, o anche per un cambiamento delle abitudini», ha spiegato la storica.

Ma ora stanno tornando: «Attualmente si registrano coltivazioni di ulivi dalla zona del lago fino all’altezza di Grosio, sulla fascia retica – ha spiegato l’esperto della Fondazione Ivano Foianini – e il numero di piante messe a dimora aumenta esponenzialmente ogni anno, anche con iniziative come il bando della Comunità montana di Morbegno per il recupero degli incolti. E visto che gli ulivi entrano in piena produzione intorno al decimo anno, nei prossimi anni possiamo aspettarci una crescita notevole della produzione, tanto che servirà un frantoio sul territorio».

Un progetto su cui ragiona da qualche tempo Coldiretti, ha spiegato il direttore dell’associazione di categoria Andrea Repossini: «È bello scoprire queste circostante storiche – ha detto -, in Valle ormai si produce un olio di qualità e per settembre-ottobre potranno arrivare novità sul progetto del frantoio».


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