Allarme frontalieri: «Ora c’è il rischio di pagare più tasse»
Tanti dubbi per i lavoratori oltre confine, l’edilizia è uno dei settori maggiormente interessati

Allarme frontalieri: «Ora c’è il rischio di pagare più tasse»

I sindacati riflettono sugli effetti dell’accordo siglato martedì. «Per fare previsioni occorre attendere tutti gli atti». A gennaio il tema verrà discusso nelle assemblee.

Stangata o accordo che non cambia di molto la situazione rispetto a quella attuale? Tutto dipenderà dai documenti che verranno resi noti prossimamente. Ma i rischi di pagare più tasse - non ora, ma fra dieci anni - per i frontalieri valtellinesi e valchiavennaschi sono molto concreti.

L’accordo fra Italia e Svizzera sui frontalieri siglato due giorni fa dice che per quanto riguarda l’imposizione fiscale, lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa «imporrà sul reddito da lavoro dipendente fino al 70% dell’imposta risultante dall’applicazione delle imposte ordinarie sui redditi delle persone fisiche».

La fonte è certa: il ministero dell’Economia e delle finanze italiano. Ed ecco la parte relativa al Belpaese. «Lo Stato di residenza applicherà le proprie imposte sui redditi delle persone fisiche ed eliminerà la doppia imposizione».

L’Organizzazione cristiano sociale del Ticino, uno dei principali sindacati del Cantone, si sofferma sulla situazione in una nota dedicata proprio a questa vicenda. «Lo Stato in cui viene svolta l’attività lavorativa imporrà il reddito del lavoratore frontaliere con il 70% dell’aliquota normalmente applicata a parità di reddito agli altri lavoratori - conferma in una nota agli associati -. Lo Stato di residenza (l’Italia, ndr) applicherà poi le proprie imposte sull’intero reddito, detraendo quanto già versato nel primo Stato (la Svizzera) e si potranno inoltre mettere in detrazione le spese di vita, che nel caso dell’Italia sono gli interessi del mutuo e le spese mediche. Stando alle dichiarazioni ufficiali dei mesi scorsi, in un primo momento l’Italia applicherà delle aliquote speciali che manterranno inalterata la pressione fiscale del frontaliere, per poi aumentarle gradualmente fino ad arrivare alle aliquote ordinarie. Il tutto secondo un arco temporale che verrà definito dal Parlamento e che con ogni probabilità non sarà inferiore ai dieci anni».

Scenari con varie certezze, ma comunque carichi di dubbi e di rischi, con profonde modifiche (e soprattutto negative) rispetto a quanto avvenuto finora sulla base di una convenzione del 1974. Basti ricordare che l’imposta sul reddito svizzero è stata spesso inferiore al 10%, mentre in Italia si parte dal 23 e si arriva a superare il 40.

«Purtroppo - commenta Ivan Cameroni (Syna e Cisl) - sembra di essere di fronte a una situazione di difficile interpretazione e con reali rischi di complicazione».

Tutta questa partita verrà affrontata a gennaio nel corso delle assemblee che vedranno impegnati i sindacati italiani e svizzeri con i frontalieri a Tirano e a Chiavenna. Il dibattito coinvolge tutte le organizzazioni elvetiche e si rileva che, nel momento in cui è stato inevitabile il passaggio a un nuovo sistema, sono state accolte anche varie proposte dei lavoratori. «Sono state recepite varie richieste in un momento in cui cambiare le cose era necessario - spiega Sergio Aureli dal sindacato elvetico Unia -. Ad esempio si tutela la dignità dei frontalieri. Ora attendiamo di comprendere i dettagli, cercando di promuovere occasioni di informazione puntuale. Sin d’ora sappiamo che per andare a regime ci vorranno almeno dieci anni e che sono stati fatti anche alcuni passi importanti nella giusta direzione».


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