«Vorrei abbracciare chi ha il cuore di Alex»
Alex Crippa se ne è andato quando aveva appena 21 anni

«Vorrei abbracciare chi ha il cuore di Alex»

La storiaParla la mamma del ragazzo di 21 anni che a giugno ha donato i propri organi dopo un incidente stradale

«So che tutti i trapianti sono andati a buon fine. Incontrare queste persone mi darebbe la forza di andare avanti»

Conoscere le persone che hanno ricevuto gli organi dei propri cari è un sollievo, una consolazione, che solo chi ha perso qualcuno può probabilmente comprendere appieno. Una necessità, più che un desiderio, che spesso ha per protagonisti genitori alle prese con la devastante morte di un figlio.

Alex Crippa aveva solo 21 anni quando, a giugno dello scorso anno, ha perso la vita per le conseguenze di un incidente; ma il suo cuore ha continuato a battere, salvando la vita a un uomo di cui la famiglia non conosce nulla.

Per questo motivo, la mamma Sarajeva Villa ha deciso di seguire le orme di Marco Galbiati, che ha fortemente voluto conoscere chi ha ricevuto il dono dal figlio Riccardo.

Il numero 33

Alex, ricorda la mamma, «giocava a calcio e indossava la maglietta con il numero 33. Diceva spesso che con il suo 33 avrebbe salvato il mondo. Nel suo piccolo lo ha fatto. Il 24 giugno, quando ci hanno detto che era cerebralmente morto, ho firmato per donare i suoi organi. Cuore, polmoni, fegato, reni, cornee. So che i trapianti sono andati a buon fine. So dove sono stati fatti i trapianti. Sono tutti maschi, i riceventi. Il cuore lo ha ricevuto un uomo di 33 anni più grande di lui. Sempre il 33. Mi piacerebbe conoscere chi ha ricevuto il dono di una nuova vita grazie a lui. Mi piacerebbe riabbracciare in qualche modo mio figlio visto che non ho potuto salutarlo. Mi piacerebbe ritrovare in qualche modo il mio 33. Il mio Angelo che da lassù ci protegge».

La disgrazia che ha colpito lei e la sua famiglia ha cambiato tutto, anche nel modo di rapportarsi a una tematica come questa. «Io ero contraria alla donazione degli organi, avevo paura - confessa - Quando è successo, mi è nato dal cuore. È come se mio figlio mi dicesse di farlo».

«In un momento di dolore ho donato vita, speranza e amore», aggiunge Sarajeva, chiarendo riguardo i riceventi che «voglio solo sapere come stanno. Abbracciarli. Ho letto su un gruppo di un uomo che ha ricevuto il trapianto e che ancora oggi, dopo aver conosciuto la famiglia del donatore, va a trovarlo al cimitero. Perdere un figlio è devastante. Riuscire a dare speranza, vita agli altri ha alleggerito un po’ il dolore. Forse per superarne ancora un po’ ho bisogno di questo. Non mi ridarà mio figlio. Ma mi darà la forza ancora di più di andare avanti. Il mio cuore di mamma ora ha bisogno di questo».

«A braccia aperte»

Il cuore: quello che ancora oggi guida una mamma che ha perso uno dei suoi tesori più preziosi e che, dice, «vorrebbe ritrovare in qualche modo suo figlio. Non ho avuto la possibilità di salutarlo. Vorrei ora avere la possibilità di conoscere chi vive grazie a lui. Sempre se la vita me ne darà la possibilità. Io sono qui ad aspettarvi a braccia e a cuore aperto. Se poi non dovesse accadere, va bene lo stesso».

L’appello, quindi, è stato lanciato, sulla scia di quanto anche Galbiati ha fatto, aprendo un dibattito delicato e intenso, in relazione al quale ha anche scritto un libro intitolato “Il tuo cuore la mia stella”.


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