Viva il “rifugio vintage” senza acqua né luce
La capanna Luigi Mambretti, rifugio situato nel comune di Piateda (Sondrio) a 2004 metri di quota

Viva il “rifugio vintage” senza acqua né luce

L’idea “Rifugio vintage”, nome assolutamente provvisorio, richiederebbe poco impegno e sarebbe bello fosse adottata da tutti gli interessati, anche se non necessita l’unanimità. Per un giorno intero e una notte la capanna dovrebbe ripresentarsi al turista come era una volta (almeno negli anni ’60 del Novecento).

Giuseppe Popi Motti

Ogni estate giornali e media dedicano molto spazio alle varie tematiche legate alla gestione dei rifugi alpini. La lista è lunga: si va dalla classica intervista al rifugista con l’altrettanto classico corredo di lamentazioni sul tempo, a interventi sul clima che cambia, passando per interventi sulla scarsa preparazione di molti avventori, fino ai problemi di accessibilità o a critiche sulla miope sensibilità turistica di certe amministrazioni e così via.

In questi ultimi anni, complici molti fattori, il rifugio alpino ha subito notevoli trasformazioni sia nei suoi elementi strutturali sia nel significato stesso della parola. Accessi resi a volte più agevoli da nuove strade di servizio o da impianti, interventi di ampliamento e manutenzione, opere di adeguamento impiantistico a volte surreali perché pensate per la pianura, ma burocraticamente imposte anche a 3000 metri, e una maggiore comunicazione grazie anche al fenomeno di internet, hanno influenzato moltissimo questa mutazione morfologica e semantica. Il maggiore afflusso turistico, del quale forse il rifugista poco si accorge perché più diffuso sul territorio, ha portato fra le cime una tipologia di avventori che fino a non molti anni fa erano considerati mosche bianche o persone un po’ strane che pensavano di trovare in quota gli stessi agi del fondovalle.

Per adeguarsi ai tempi ecco che il rifugio, termine che indicava la spartana base di partenza per le scalate o un tetto per ripararsi dal maltempo, è in molti casi diventato una specie di albergo. In soli quarant’anni, molte di queste strutture alpine, passatemi l’ironia, si sono trasformate da nidi d’aquila a gabbie per canarini. Le prime avvisaglie si ebbero con l’introduzione diffusa dell’energia elettrica: se prima mancava o era solo usata per illuminare fiocamente i locali cucina, in pochi anni si è estesa in tutto l’edificio e, bisogna dirlo, grazie ad essa è stato possibile far funzionare lavastoviglie e freezer alleviando non poco le fatiche della gestione.

Con l’elettricità è giunta anche l’acqua calda e ben presto, per adeguarsi “alle nuove esigenze”, sono state installate le docce, altro lusso il cui uso resta a mio avviso confinato a pochi sofisticati montanari della domenica o del ferragosto.

Con il mutare delle caratteristiche imposte alle strutture alpine e alla modernizzazione della clientela (difficile sapere quale delle due abbia influenzato l’altra), in molti casi è anche cambiata la figura del gestore. Fino alla fine degli anni ’70 del secolo scorso il custode, generalmente una guida alpina locale, era coadiuvato dai famigliari e da qualche saltuario aiutante.

Gradualmente, vuoi per un mancato rinnovo generazionale, vuoi per i sempre più onerosi e a volte difficilmente comprensibili interventi legislativi e fiscali, molti dei vecchi gestori hanno ceduto l’attività. È pian piano nata una nuova tipologia di custodi comprendente anche dei cittadini in cerca di un lavoro a contatto con la natura, più libero e meno stressante di quello che avevano in pianura. Più spesso la gestione è passata ad altre giovani guide alpine, ma non sempre indigene. Generalmente lo sforzo di questi “capanatt” è stato accompagnato anche da una forte impronta manageriale comprendente la proposta di eventi spettacolari e di richiamo in alcuni casi forse anche un po’ fuori luogo.

Naturalmente è ingiusto fare di tutte le erbe un fascio: ci sono rifugi che si raggiungono in auto, altri in pochi minuti di cammino, altri ancora situati assai lontano e ad alta quota. Le situazioni sono molto diverse, ma mi pare che ovunque la tendenza sia quella appena descritta. Anche l’uso sempre più intensivo dell’elicottero ha avuto notevoli ripercussioni. Se da un lato questo strumento ha di gran lunga migliorato le condizioni di lavoro e la qualità del servizio offerto, dall’altro, in certi casi, ha favorito il distacco del rifugista dalla sua montagna. Un tempo il legame fra uomo e capanna era strettissimo, tanto che il fine stagione era visto come l’abbandono di una persona cara, mentre a primavera iniziava una sorta di corteggiamento, con le prime salite per vedere se era tutto a posto, se il sentiero era in ordine e così via. Il gestore era tutt’uno con la montagna e anche un po’ Cerbero, guardiano di quei luoghi tanto preziosi.

Anche oggi la vita del custode resta difficile, specie nei momenti di maggiore affluenza turistica, e chi lavora lassù resta sempre, chi più chi meno, non solo un maitre d’hotel. I gestori consigliano il turista, informano sulle condizioni della montagna, sorvegliano le cordate impegnate nelle ascensioni, sopperendo - purtroppo solo in parte - ai molti errori generati da una spesso scorretta comunicazione mediatica e dalla falsa infallibilità dei dispositivi elettronici che inducono alla percezione collettiva di una montagna “facile”.

Base per celebrare gare e manifestazioni di vario genere, spesso corredate dal frastuono di motori e musiche ad alto volume, luogo di degustazione eno-gastronomica con chef stellati, spa d’alta quota, tutto questo e altro ancora è quanto si è aggiunto alla normale funzione del rifugio.

Lo stesso Club Alpino, proprietario di molte strutture, ha abbracciato queste trasformazioni nonostante spesso siano in palese contraddizione con le regole del comportamento in montagna contenute nel Bi-decalogo redatto dal Sodalizio stesso.

Le mie sono considerazioni arcinote e non voglio esprimere giudizi particolari perché nelle cose è meglio cercare equilibrio e buonsenso. I tempi cambiano, la mutazione è nell’ordine delle cose e guai se non lo fosse; sarebbe peccato grave cercare di fermare il flusso, ma senza dubbio bisognerebbe guidarlo; saggiamente e saldamente. Tuttavia, poiché confesso di serbare una certa nostalgia per la vita e le atmosfere del vecchio rifugio alpino, abbozzo una proposta in controtendenza ma, proprio per questo, forse non meno originale di quelle messe in campo di recente per attirare avventori.

L’idea “Rifugio vintage”, nome assolutamente provvisorio, richiederebbe poco impegno e sarebbe bello fosse adottata da tutti gli interessati, anche se non necessita l’unanimità. Per un giorno intero e una notte la capanna dovrebbe ripresentarsi al turista come era una volta (almeno negli anni ’60 del Novecento). Ad esempio: luce con lampade a gas, menù fisso senza extra (a parte casi eccezionali), bevande limitate a the, caffè, acqua e vino sfuso, coprifuoco alle 22.30, no acqua calda per lavarsi e così via.

Se poi la manifestazione avesse successo la si potrebbe estendere anche a più di due giornate. Unica cura sarebbe quella di rendere nota la data prescelta tramite i media, informazioni negli alberghi e nei locali di fondovalle e anche mediante un cartello posto all’inizio dei sentieri che portano al rifugio. Potrebbe diventare veramente un’iniziativa comune a tutte le strutture alpine provinciali, una simpatica ricorrenza annuale, omaggio storico e giorno della memoria del rifugio che fu.

Non obbligatori i pantaloni alla zuava di velluto o lana, la camicia di flanella a quadri e gli scarponi pesanti.


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