Vallaccia, stop definitivo all’impianto
Il rendering con il progetto del nuovo impianto previsto alla Vallaccia

Vallaccia, stop definitivo all’impianto

Il Consiglio di Stato ha bocciato il ricorso della Mottolino di Livigno contro la sentenza del Tar . La soddisfazione di Legambiente: «Viene sancita l’intangibilità del contesto ambientale e paesaggistico»

Il Consiglio di Stato, con sentenza definitiva, ha stabilito che l’impianto di risalita del Vallaccia non si farà, bocciando il ricorso della società Mottolino. La seggiovia a sei posti era stata in parte realizzata in sostituzione del vecchio impianto Monte della Neve - Mottolino.
La tesi della società, che era stata accolta dal decreto del Consiglio dei Ministri, era che le norme di tutela non dovessero applicarsi, trattandosi di una sostituzione di impianto esistente e non di un nuovo impianto. Di parere opposto i giudici che hanno obiettato come il nuovo impianto prevedesse invece la stazione di partenza a 2,5 chilometri di distanza da quella originaria, addentrandosi in questo modo in profondità nel sito di interesse comunitario sui cui versanti protetti poi si sarebbe dovuto dispiegare il ventaglio di nuove piste per lo sci.
La Mottolino si era rivolta al Consiglio di Stato dopo la precedente sentenza (del luglio 2016) con cui il Tar della Lombardia aveva sancito l’illegittimità del provvedimento assunto dal Presidente del Consiglio dei ministri che, con decreto risalente al settembre 2014, aveva autorizzato il progetto. Il sì del Consiglio era giunto nonostante i pareri negativi della Soprintendenza e i giudizi di incompatibilità con le norme di tutela resi dagli uffici della Provincia di Sondrio e del comune di Livigno.
Gli amministratori di Livigno e della Comunità Montana Alta Valtellina di Bormio, di fronte all’impossibilità di chiudere la Conferenza di Servizi per autorizzare l’impianto per i troppi motivi ostativi legati alla pianificazione paesaggistica e alle direttive comunitarie, avevano coinvolto il Consiglio dei Ministri, che aveva dato l’ok all’opera. Dopo il ricorso di Legambiente i lavori della posa dell’impianto erano stati sospesi nel novembre del 2015.
«Ora tocca al comune di Livigno dare attuazione alla sentenza, imponendo la demolizione delle opere realizzate-afferma Legambiente-. La suprema corte si è infatti espressa in modo netto ed inequivocabile: le eccezioni opposte dagli uffici competenti in materia di tutela paesaggistica, urbanistica e ambientale erano indiscutibilmente fondate su valutazioni coerenti con le norme di legge, a cui tutti i decisori politici, incluso il Presidente del Consiglio, devono attenersi nel rilasciare autorizzazioni-spiega Legambiente-. Ed ha così convalidato la sentenza del Tar e inflitto agli appellanti la condanna al pagamento delle spese legali, dando ragione anche al locale gruppo di minoranza, “Progetto Livigno”, che fin dall’inizio aveva segnalato l’illegittimità della procedura adottata».
«Questa sentenza ci rende doppiamente felici - dichiara Narbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia - come ambientalisti, perché viene sancita l’intangibilità del prezioso contesto ambientale e paesaggistico di praterie d’alta quota della Vallaccia, e come cittadini di un Paese in cui troppo spesso ottime leggi vengono manomesse da quegli stessi amministratori che dovrebbero esserne garanti, nell’interesse collettivo. Il Tar prima e il Consiglio di Stato poi hanno scolpito due sentenze memorabili e destinate a costituire un precedente in tante controversie in cui, per eludere vincoli paesaggistici e norme ambientali, i politici locali e regionali si appellano a poteri superiori, anziché adeguarsi alle leggi come dovrebbe fare ogni cittadino».

Le reazioni alla sentenza su La Provincia di Sondrio in edicola sabato 26 agosto


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