«Una tragedia assurda. Era il suo ultimo cantiere»
Giacomo Bettegacci

«Una tragedia assurda. Era il suo ultimo cantiere»

Si attende il rientro dalla Svizzera della salma di Bettegacci, morto in Svizzera. La figlia: «Papà e nonno eccezionale, tra due mesi sarebbe andato in pensione».

Si trova nella casa della medicina di Locarno la salma di Giacomo Bettegacci, l’operaio di 60 anni della frazione sondalina di Grailé, morto lunedì mattina in un incidente sul lavoro nel cantiere dell’Alptransit a Sigirino, frazione del Comune di Monteceneri nel Canton Ticino. Una volta ottenuto il nullaosta alla sepoltura probabilmente la salma potrà tornare nell’abitazione di Grailé: domani o venerdì.

I funerali si svolgeranno sabato o, se n on sarà possibile, eccezionalmente di domenica visto che il parroco ha dato la propria disponibilità in tal senso. Ieri in Svizzera per saperne di più su quanto accaduto nel cantiere (l’uomo era dipendente della ditta valtellinese Cossi) si sono recati i figli Laura e Claudio che hanno avuto la conferma che a provocare la morte istantanea del papà è stato il violento colpo al viso provocato da un automezzo in manovra all’interno della galleria. «Solamente un paio di settimane fa avevamo visitato il cantiere, partecipando alla giornata “cantieri aperti” - ricorda, commossa, la figlia Laura -. Eravamo io, mio marito e i miei figli Manuel e Thomas ai quali mio padre era molto affezionato. Era contento della nostra visita. Sarebbe stato il suo ultimo cantiere visto che nel 2016 sarebbe andato in pensione. Aveva lavorato 40 anni in galleria e non gli era mai successo niente, ora a due mesi dalla pensione, la tragedia, è assurdo».

Giacomo Bettegacci col traguardo del pensionamento imminente aveva già pensato a come impiegare il tempo libero: « Voleva aiutare mio fratello Claudio a finire l’abitazione che sta costruendo qui a Grailè. È stato un papà eccezionale, era buonissimo, non ci ha mai fatto mancare nulla. Noi figli ed i suoi nipotini eravamo la sua ragione di vita». Graiè, frazione di 230 anime, molti impegnati in galleria come nella vicina Frontale - in totale saranno una cinquantina -, è rimasta sconvolta dalla tragedia. «Non importa il mio nome perché esprimo un’opinione che è comune a tanti qui- afferma un vicino di casa, che preferisce restare anonimo -. Lavorare in galleria fa parte della nostra tradizione, direi del nostro dna. Sappiamo che siamo ben pagati perché è un lavoro pericoloso, a volte questo è il salatissimo prezzo da pagare».

La patrona Santa Cecilia il 4 dicembre è l’occasione per ritrovarsi, è festa grande a Frontale «ma quest’anno sarà una festa macchiata dalla morte di Giacomo - afferma il parroco, don Umberto Lumina -. Non potremo non pensare a lui, ad una fine così tragica. L’audacia è sicuramente una qualità di chi fa questo tipo di lavoro che mette allo strenuo la resistenza del fisico col rumore, la polvere. Purtroppo di lavoro si muore anche nel terzo millennio, nonostante la sicurezza sia sempre un tema di attualità». Giacomo Bettegacci è la seconda vittima del cantiere di Sirigino, uno dei più grossi trafori di tutta la Svizzera. «Ci lavorano duecento valtellinesi – rivela Laura, la figlia-. Papà sapeva che era pericoloso lavorare in galleria».

Non poteva però immaginare che beffardo il destino gli tendesse una simile trappola a soli due mesi dall’uscita dalla galleria. Poi sarebbero stati solo bei ricordi da raccontare ai suoi nipotini. Ma non ha avuto scampo nell’ennesima tragedia sul lavoro, avvenuta il giorno dopo che la sezione di Sondrio di Anmil ha omaggiato i caduti sul lavoro 2015. Nel libro bianco del monastero di Colda ora comparirà anche il nome di Giacomo Bettegacci, un nonno che non vedrà crescere i suoi nipotini.


© RIPRODUZIONE RISERVATA