«Un intellettuale dalla grande affabilità»

«Un intellettuale dalla grande affabilità»

Leggere come elisir di lunga vita. È il messaggio che aveva lanciato, il 7 ottobre del 2011, Umberto Eco, morto, venerdì sera, in occasione della sua conferenza pubblica alla Banca Popolare di Sondrio.

Semiologo, filosofo e scrittore, noto, in tutto il mondo, per il suo “Il nome della rosa”, tradotto in quattordici lingue, e del “Pendolo di Focault”, Eco fu “corteggiato” da più di vent’anni da Piero Melazzini, allora presidente della Banca Popolare di Sondrio, determinato a portarlo nel capoluogo per le “Conferenze pubbliche” dell’istituto di credito. Operazione riuscita il 7 ottobre di cinque anni fa, quando, ad attendere e, soprattutto, ad ascoltare la relazione dell’intellettuale accorsero centinaia di sondriesi.

«Apprezzavo molto Umberto Eco come intellettuale e uomo di cultura, al punto tale da nutrire una sorta di soggezione e “timore reverenziale” nei suoi riguardi – ricorda Mario Alberto Pedranzini, direttore e consigliere delegato della Bps - . Invece, accompagnandolo nella visita alla nostra biblioteca, appena prima della conferenza pubblica, ho avuto modo di constatarne la sorprendente affabilità e disponibilità, tant’è che ricordo questo incontro come molto piacevole e cordiale. Ho subito capito di aver a che fare con una persona alla mano, capace di mettere chiunque a proprio agio. La sua acutezza era insuperabile».


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